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sabato 17 aprile 2010

Arkeon, il Cesap e la Tinelli: bare, stracci e altre ossessioni

Il 16/04/2010 la d.ssa Tinelli pubblicava sulla home page del sito del Cesap una lettera aperta in chiedeva “pubblicamente alle tante strutture ricettive, come non abbiamo sentito le urla provienienti dalle stanze in cui i membri di Arkeon saggiavano le loro dinamiche. Come qualcuno non abbia notato il passaggio di bare, come nessuno dei dipendenti non abbia notato che membri di Arkeon salivano su un pulmanino vestiti di stracci per andare a chiedere l'elemosina in paesi vicini. Ci chiediamo davvero come le strutture ricettive non abbiano notato nulla di strano”.
Avendo io partecipato ai seminari cui si fa riferimento quando si parla “passaggio di bare” e di “pulmanini” di questuanti “vestiti di stracci”, credo di poter dire qualcosa sull’argomento, di più aderente alla realtà delle ossessive fantasie evocate da quell’articolo (per un approfondimento si veda l’ultimo post di Pietro Bono).

IL SEMINARIO SULLA CREATIVITA’
Partiamo dai questuanti vestiti di stracci. Il riferimento in questo caso è a un seminario residenziale di cinque giorni noto come “The business of you”, altrimenti noto come “Il seminario sulla creatività”. Partecipai una volta a questo intensivo, credo nell’agosto del 2003. Molti lo chiamavano “intensivo sul denaro”, ma a mio modo di vedere non era corretto: il lavoro aveva a che vedere col denaro più o meno quanto il sesso ha a che vedere con l’amore. Io ci andai per lavorare sulla mia creatività, personale e professionale, sul mio rapporto di apertura o chiusura con la vita. Mi fu molto utile.

Ad un certo punto del seminario fu proposto l’esercizio in questione. CHI VOLEVA (ripeto: chi voleva!) veniva invitato ad andare in uno dei paesini circostanti e a sedersi per chiedere l’elemosina da qualche parte per un po’ di tempo. Ciascuno era libero di decidere SE farlo, DOVE farlo, COME farlo e PER QUANTO farlo.

Ci fu suggerito di non metterci l’abito migliore, per essere almeno un po’ credibili, ma non c’era nessuno vestito di stracci: forse perchè nessuno aveva stracci; forse perché vuoi evitare di essere avvicinato dai Vigili; o forse solo perché non c’erano pazzi invasati ma persone che volevano fare un’esperienza di sé. Personalmente mi misi un paio di pantaloni da lavoro e una magliettina che avevo portato per il seminario (essendo agosto e lavorando all’aperto ci si sporca e si suda, quindi portavo sempre roba vecchia), più un paio di sandali di plastica che di solito usavo per la doccia: credo sembrassi trasandato più che straccione.

Non c’era alcun “pulmanino” (non era mica l’alpitour!), bensì ci dividemmo in gruppi da 4, abbastanza per potersi muovere in macchina ciascun gruppo verso un paesino diverso. Arrivati nel paesino, parcheggiavamo un po’ fuori e poi ci addentravamo a piedi verso il centro cercando un posto dove fermarsi.

Non conoscevo il paese, quindi non sapevo quale potesse essere un posto giusto. L’unica cosa che avevo chiaro è che volevo un posto con molto passaggio e lontano dagli altri: i questuanti lo fanno per avere più possibilità di raccogliere soldi; io lo facevo per avere più possibilità di non sfuggire a un’incontro che mi metteva a disagio. Scelsi un punto vicino all’ingresso di una chiesa e mi fermai. Pensai allo zingaro che ogni domenica mattina incontravo davanti alla chiesa della mia parrocchia. Era pomeriggio, la strada era affollata di macchine ma di pochi passanti, il cielo era nuvoloso e cupo.

La cosa più difficile fu fermarsi. Sedersi. Quello era i momento in cui diventava chiaro al mondo che io non ero un passante ma un mendicante. Con infinita fatica scesi a terra. Istintivamente scelsi di mettermi in sei-za (in ginocchio sulle caviglie) e non seduto a terra…forse per mantenere un senso di dignità. Misi il cappellino bianco da muratore che avevo per terra alla mia destra, per l’elemosina.

Prima di partire ci era stato suggerito di preparare un cartello su cui scrivere “la nostra richiesta al mondo”. Ciascuno aveva scelto cosa scriverci sopra strada facendo. Poggiato a terra il berretto mi decisi e scrissi “Ho Fame. Non ce la faccio da solo. Aiutatemi. Grazie”. Era il messaggio della mia paura, la voce interiore dei miei momenti più bui: la sensazione di non farcela da solo…e la vergogna di chiedere aiuto. Volevo andare dentro a questa paura, ero lì per quello. Tenni il biglietto in mano per alcuni istanti, guardandolo per sentirne l’effetto, e quindi lo appoggiai dietro il berretto dell’elemosina, ben visibile.

Per alcuni minuti (saranno stati una decina) non passò nessuno a piedi, solo rapidi automobilisti che in molti casi nemmeno mi notavano. Poi arrivò la prima persona. Nel quaderno che stesi in serata appuntai quanto segue:
“La prima persona è stata una signora dell’età di mia madre o poco più, come molte, che mi ha dato qualche spiccio senza guardarmi o parlarmi. Poi è venuta altra gente: uomini dall’aria di padri feriti, madri silenziose, bimbi e bimbe, nonni e nonne. Un mio coetaneo mi ha dato 5 euro dicendomi “Ciao….mi spiace che tu stia così!”. Una signora di 40 anni, allegra, mi ha sorriso, mi ha dato 5 euro e mi ha detto “Vai a ripararti, che tra poco piove”. Molti ragazzi e coetanei mi guardavano con rabbia e minaccia, ho rivissuto il tempo in cui da bambino alcuni teppisti mi volevano picchiare senza conoscermi: era quella mia aria da chi si tira indietro.
Ad un certo punto accostò un’auto, ne scesero due ragazzi di 35 anni che mi portarono pochi centesimi, ridendo. Da lontano quello che doveva essere loro padre si sbraccia dal finestrino dell’auto e gli grida arrabbiato “Ma che fate? Non si fa così!”… e gli dà 5 euro da portarmi. Alla fine sono passati i vigili a chiedermi da dove venivo. “Sono di passaggio” ho risposto e se ne sono andati”.

Dopo circa un'ora avevo raccolto 65 euro, che destinai in chiesa a ciò per cui mi erano stati dati: aiutare qualcuno in difficoltà.

Questa è stata la mia esperienza, e cosa abbia significato per me è evidentemente affare mio. Altri l’hanno vissuta diversamente. Dei miei tre compagni uno mi raccontò che andava incontro alle persone per farle sentire in colpa e aumentare la probabilità di donazione. Un altro – che era vestito come un rappresentante alla fiera – mi disse di essersi messo di fronte a un ipermercato per far finta di essere uno che aspettava qualcosa e di aver chiesto l’elemosina solo a una persona – che gli era sembrata quella giusta – spiegandogli che non era proprio per l’elemosina ma che non gli poteva spiegare e poi se n’era andato. Insomma, ognuno ha fatto qualcosa di totalmente diverso, nelle forme e nel significato, ma soprattutto ha fatto quello che sentiva suo.

IL SEMINARIO SULLA MORTE
L’altro riferimento – quello al passaggio di bare – rimanda ad un altro seminario residenziale, il cosiddetto “I’m living honouring my death” volgarmente noto come “Seminario sulla morte”. Questo seminario sembra rappresentare l’ossessione di molti foristi del Cesap, perché – essendo stato l’ultimo seminario introdotto – nessuno di loro ha mai avuto modo a loro detta di parteciparvi. Per questo a diverse riprese in questi anni si sono sollecitati vicendevolmente affinché qualcuno raccontasse cosa accadeva in questi seminari, che dal nome stesso dovevano certamente essere turpissimi e macabrissimi.

Ho avuto la fortuna di partecipare anche a questo seminario, nell’aprile 2005 . Mi spiace deludere subito i lettori, ma non racconterò granché del seminario, perché non saprei farlo. Mi soffermo solo sull’aspetto richiamato dai nostri amici del Cesap (le bare in processione), che come al solito confondono l’atto col significato.

Durante il seminario si cercava di immaginare – per quanto sia possibile – di essere in procinto della propria morte, per raccogliere il senso ultimo dei propri atti, della propria esistenza e più semplicemente del vivere. Ad un certo punto del seminario, si celebrava ritualmente la propria morte. Togliendo la pietra che ci rappresentava dal più ampio cerchio della vita. E andando a costruire una tomba sotto il proprio albero.

Non c’era nessuna bara. E nessuna processione. Mi viene da ridere pensando alla Tinelli che fantastica di inesistenti processioni di inesistenti bare: se uno prova anche solo a pensarci, come potrebbe immaginare una roba simile? con cosa la faccio, la bara? e verso cosa sarebbe stata organizzata la fantomatica processione? è possibile non rendersi conto di quanto sia grottesco e ridicolo immaginare una cosa simile?
C’erano invece tombe, ciascuno costruiva la propria, ed erano ovviamente tombe simboliche. Si mettevano alcune pietre sotto il proprio albero a segnare il perimetro di una fossa ideale e magari si metteva in cima qualche pietra impilata a mò di lapide, con una propria foto. Lo scopo non era scavare fosse e fare edilizia funebre, ma meditare sul senso della vita attraverso un’azione rituale.
Devo dire che la ridicola fantasia della Tinelli mi ha fatto ripensare con ilarità alla varietà di modi in cui tanti miei amici nello stesso seminario intesero quell’atto simbolico e rituale. Chi si limitò a mettere un sassetto e una foto (se dev’essere simbolico, meglio non perdere tempo con inutili attività materiali che potrebbero affaticarmi!). Chi scoprì l’anima dello speculatore edilizio, edificando una tomba agile e moderna con una serie di coppi avanzati, facili da mettere e togliere e igienici da mantenere. E chi infine entrò compiutamente nel senso drammatico e profondo del simbolo, dedicandosi alla costruzione di una specie di piramide di Cheope, ammassando da tutto il campo di ulivi strati di pietroni da dieci chili l’uno fino a mezzo metro d’altrezza. E come ridevano quelli che – avendo già finito perché aveva fatto una tombetta prefabbricata - sapevano che alla fine della cerimonia la tomba andava ovviamente smontata rimettendo tutto al suo posto originario!
Quello che io mi portai a casa da quel seminario bislacco, nel quale ho riso più che in tutti gli altri seminari, è riassunto in una paginetta che scrissi quella sera su quella tomba e che ho ritrovato oggi, in un momento particolare della mia vita, cercando materiale per questo post (e per questo posso ringraziare la Tinelli).
“Caro Cosimo,
sei morto poche ore fa. La tua tomba giace nel campo vecchio degli ulivi, a Ostini, la tua pietra è uscita dal cerchio della vita e sta tra quelle degli antenati. Io osservo tutto questo, seduto sulle radici del tuo albero…ed perfetto. Io sono la tua anima.
Provo tenerezza nel ringraziarti per la tua vita, per la tenacia e l’impegno con cui hai cercato di vivere: ora posso dirlo, non hai quasi mai vissuto. Non sapevi che tutto è presente da sempre, che l’unico sforzo necessario è arrendersi. Tu combattevi.
Credevi che il padre potesse non amare il figlio, ti sei odiato con tanto odio quanto amore hai ricevuto, ti sei fatto carnefice di te stesso per non dare a nessun altro il potere di ferirti ancora, per non lasciare uscire quel gemito che si chiama amore e che sentivi ti avrebbe frantumato. Lo ha fatto! E ti onoro per averlo permesso, quando hai riconosciuto in Lorena l’unica spada che poteva ucciderti e non ti sei difeso.
Ti perdono per non aver amato il tuo corpo, per aver avuto paura degli uomini, per la tua rinuncia. Hai fatto tutto ciò che potevi, anche quando era sbagliato.
Ti ringrazio per la tua fede, che pure non conoscevi, e perché nella resistenza hai comunque saputo leggere i segni e seguirli.
Mio compagno, amico e maestro”.

Leggendo la distanza tra la semplicità di quell'esperienza (addirittura naif) e la ossessiva capacità di immaginare oscuri quanto imporbabili misteri, non riesco a non ripensare a quanto sia vero ciò che ha scritto Carlo Lucarelli nella prefazione al bel libro sul caso Dimitri (Bambini di Satana, di Antonella Beccaria):

“Tanta gente, a livello di convinzione personale, ha creduto immediatamente e quasi istintivamente all’esistenza a Bologna di una setta satanica con comportamenti criminali efferatissimi che arrivavano fino all’omicidio rituale. Attenzione, non è l’ipotesi in sé che mi colpisce, certe cose da qualche parte accadono veramente e quindi possono anche essere prese in considerazione. È il fatto che tutta questa ipotesi fosse basata, come è stato riconosciuto, su niente. Assolutamente niente. Eppure per tanto tempo siamo stati convinti, di più, affascinati da una storia del genere.
Ecco, affascinati è la parola giusta. Io per primo (…) Vedi che ci sono, sembravano dire i particolari che di volta in volta emergevano sui giornali, vedi che abbiamo ragione a pensare male, vedi che queste cose da film esistono davvero? E invece no, non era vero. Non a Bologna, non per i Bambini di Satana e per non Marco Dimitri.
È anche su questo morboso e deviante fascino del male che questo libro fa riflettere. Su quell’ansiosa eccitazione che ci fa correre ai giornali tutte le volte che leggiamo quella parola, satanico, quasi fossimo assurdamente desiderosi di vedere avverati i nostri peggiori timori, invece di chiederci che cosa significhi esattamente quella parola, su cosa si basi concretamente il diritto di evocarla, e di pretendere correttezza e professionalità da chi la usa”

giovedì 24 settembre 2009

Arkeon e la dottoressa Lorita Tinelli

Ogni successivo documento che diventa pubblico su questa vicenda di Arkeon - e in particolare ogni parola scritta dalla dottoressa Tinelli – mi lascia più sgomento.

Già da tempo, leggendo sul suo sito personale il suo CV da lei stessa postato, mi ero fatto la personalissima idea che fossimo in presenza di una persona di modesto spessore professionale: impressione che trova semplicemente conferma in quanto recentemente postato sul sito Lorita Tinelli Svelata. Ciò che, però, mi lascia allibito è che qualcuno abbia preso sul serio e continui a prendere sul serio certe sue affermazioni molto gravi e impegnative, nonostante le missive che ricevono da costei.

Emblematico in questo senso il fax pubblicato recentemente sul blog di Silvana Radoani inviato nel 2007 dalla Tinelli al Pm di Bari incaricato delle indagini sul caso Arkeon, nonché ai presidenti degli ordini degli psicologi della Puglia e dell’Emilia.

In sintesi il fax dice tre cose: segnala ai destinatari che “sul sito dell’Associazione della Radoani è stato pubblicato un articolo inerente il caso Arkeon” (il famoso documento con cui la Radoani esprimeva valutazioni circa la presunta relazione tra Arkeon e Padre Cantalamessa); riassume la storia della relazione tra Radoani e Tinelli (ovviamente vista solo dal lato della Tinelli); asserisce che la Radoani non possa sapere nulla di Arkeon.

Non entro nel merito della contesa tra Radoani e Tinelli e nei contenuti del fax a questa relativi. Ma un lettore non addentro ai trascorsi della dottoressa potrebbe chiedersi ingenuamente “…e che gliene dovrebbe fregare a un PM di queste cose?”.
A questa domanda per fortuna risponde nel fax la Tinelli stessa, con l’innocenza di chi non si rende conto di ciò che dice.

Prima risposta: “La divulgazione di informazioni imprecise crea destabilizzazioni tra i fuorusciti e gli attuali aderenti”.
A parte che è curioso leggere la preoccupazione della Tinelli non solo per i fuoriusciti ma anche per quegli aderenti che sul suo sito sono stati dileggiati, che ha segnalato alla polizia e contribuito a sbattere in prima serata sulle televisioni… a parte che non si capisce come una stessa informazione possa destabilizzare sia i fuoriusciti sia gli aderenti (delle due l’una, si direbbe)…ma in sostanza cosa dovrebbe farci il PM? arrestare la Radoani per il reato di tentata destabilizzazione di fuoriuscito?

Seconda risposta: “La divulgazione di informazioni imprecise crea destabilizzazioni per le indagini stesse perché la confusione tra informazioni corrette e scorrette potrebbe seriamente inficiare le indagini o crearne dei rallentamenti”.
Che il PM possa essere interessato alla presenza di fattori turbativi delle indagini è forse possibile...ma certamente non sarebbe stato “turbato” da una notizia che probabilmente non aveva finché non gliel’ha fornita la Tinelli; quand’anche l’avesse ricevuta, sarebbe stato libero di chiederne conferma alla Tinelli (o magari ad altri, metti mai!) senza che lei si disturbasse a preoccuparsi per lui; e comunque si dà anche il caso che questi potesse saper distinguere il vero dal falso senza il suo aiuto. Insomma, il lettore non addentro ai trascorsi della dottoressa probabilmente si immaginerebbe il PM che risponde piuttosto seccato a questa cittadina petulante: “grazie, non si disturbi!”
Il punto invece sembra essere proprio che lei “si disturba” perché al centro ci dev’essere lei, le notizie deve fornirle lei, l’interpretazione dei fatti deve fornirla lei, come fino ad oggi è stato in tutte le sedi (tv, radio, procura di Bari). Finché lei è la mediatrice di tutto, la verità ha una faccia sola, come nel caso della sua relazioni con la Radoani, dove enuncia le querele che la Radoani ha ricevuto senza però chiarire che vengono solo da lei e che sono state tutte respinte. E poi, finché lei è al centro, può far valere questa infinita lagna da vittima che avanza da tre anni, di essere oggetto di un complotto di persone che vogliono “farla fuori”. Lagna portata avanti nello stesso fax, sul sito del Cesap e in ogni dove, a dispetto del fatto che chi ha denunciato a ripetizione o segnalato alle autorità le colleghe (DiMarzio, Radoani, Santovecchi, Caparesi, Martini) in uno stile professionale “discutibile” è lei.
La sua pretesa di centralità è così forte da portarla a scrivere al PM per segnalare che “qualcun altro sta parlando di Arkeon”. Indifferente al fatto che anche lei ne parla pubblicamente, che anche nel suo sito se ne parla, che anche i giornali ne parlano, che tutti ne parlano, anche chi non sa nulla e dice emerite e palesi sciocchezze …ma evidentemente non possono parlarne “i testimoni di difesa” né altri “esperti” o presunti tali, potenziali concorrenti. Solo lei ha la patente!

Terza risposta: tale divulgazione “in un momento in cui il Cesap e la Tinelli sono oggetto di continui attacchi sulla rete diventa pericolosa e scorretta”.
…eccolo lì il complotto! Ma di nuovo non si capisce in che modo dovrebbe essere pericolosa per il Cesap una lettera (sciagurata, come ho avuto modo di dire alla stessa Radoani sul suo blog) che a tutti gli effetti sposava la linea colpevolista (o almeno sospettivista) del Cesap. Né, di nuovo, si capisce cosa potrebbe farci in tal caso un PM.

Ma la più clamorosa è la quarta risposta, quella che la stessa Tinelli cita come la ragione fondamentale quando dice “ancor di più, millantare in generale una tale preparazione ed esperienza significa dirottare verso di sé persone bisognose di aiuto senza avere la il benché minimo senso delle reali necessità di queste persone …, venire a conoscenza di informazioni senza avere la benché minima capacità di gestire queste informazioni…, assumersi la responsabilità della salvezza della vita delle persone senza a avere la preparazione professionale adeguata”.
Qui veramente vedo il lettore non addentro ai trascorsi della dottoressa incepparsi e balbettare dallo stupore mentre si chiede “…e mo’ questo che c’entra?”
Forse in realtà questo pezzo della lettera era pensato non per il PM per gli altri due destinatari della lettera, gli ordini degli psicologi regionali, come una specie di segnalazione di abuso di professione.
Il grande tema dell’ABUSO DI PROFESSIONE DI PSICOLOGO.
Ora il tema va capito nella sua rilevanza personale: in tutto il corposo curriculum della Tinelli l’unica cosa che abbia un valore in qualche modo oggettivo, verificabile, non autoproclamato è il suo essere laureata in psicologia e iscritta all’ordine. Che, in questo come in altri campi, possano laurearsi cani e porci e che l’esame di abilitazione a qualsiasi ordine sia una buffonata, per cui un semplice titolo di per sé non dimostra nulla, questa è un’altra questione: intanto lei è laureata e iscritta. E LE ALTRE NO. Perché è vero che nel settore degli antisette di psicologi se ne vedono pochi… tanti diplomati, qualche laureato in materie umanistiche, qualcuno magari in psicologia della religione o pedagogia, ma nessuno PSICOLOGO… questo è il punto! Nel settore lei sembra essere l’unica con “il giusto titolo”. La patente.

Ora la Radoani, che non mi sta particolarmente simpatica, sul punto coglie il bersaglio. Cioè che forse le persone non vengono “dirottate”, come sembra pensare e forse crede di poter fare la Tinelli, ma sono libere e capaci di scegliere (e chi sceglie lei sceglie quel certo stile di aiuto personale e di militanza mediatica). E soprattutto che non esiste, come di nuovo sembra credere la Tinelli, una “preparazione professionale adeguata per assumersi la responsabilità della salvezza del prossimo”. Perché non esiste una responsabilità o un ruolo in tal senso (non ce l’hanno i preti e i genitori, che forse ci sono più vicini per missione) e se anche esistesse non sarebbe certo una modesta laurea in psicologia a poterla sostenere. Ma secondo lei, la Radoani non ha la preparazione per fare ciò che invece lei fa.
Di nuovo lei, sempre lei al centro, addirittura responsabile della salvezza del prossimo e quindi, in quanto combattuta e osteggiata da ostili censori, vittima innocente, oserei dire martire (senonchè vive).
A questo proposito mi ha sempre colpito che le persone che postano sul Cesap non solo non abbiano mai fatto alcun distinguo rispetto alle sue opinioni, neanche una volta, ma anzi ne difendano sempre a spada tratta “la santità”, mentre molti dei blogger che scrivono positivamente di Arkeon non hanno mancato di evidenziare critiche tanto ad Arkeon quanto al suo fondatore, che pure per molti di noi non è stato solo il maestro ma è anche (soprattutto) un amico e un compagno di anni di vita.

Allora, per tornare a quanto dicevo all’inizio, quando leggo un fax come questo mi chiedo come possano i vari destinatari non porsi delle domande. Domande serie, intendo.

martedì 28 luglio 2009

Quando lo psicologo fa il giudice e il giudice lo psicologo

Post originario: commento sul blog di Raffaella Di Marzio
https://www.blogger.com/comment.g?blogID=4879438425670707462&postID=2634852493102164432

Come dicevo già altrove, quando si parla di sette (o presunte tali) spesso sembra non considerarsi la differenza tra “colpa” e “dolo”, cioè il caso che il comportamento di un gruppo settario (o presunto tale) possa avere risvolti negativi ma non intenzioni negative. Considerare questa ipotesi – oltre che essere segno di civiltà umana e giuridica - avrebbe due importanti conseguenze.
1. Riporterebbe le diverse questioni criminali e comportamentali nei rispettivi diversi ambiti di competenza (giuridico e sociologico/psicologico): ai tribunale valutare se ci sia o meno reato e – se sì – se ci sia colpa o dolo; allo psicologo/sociologo valutare le ragioni delle scelte di chi entra in una setta e le modalità di comportamento della setta stessa. Non serve uno psicologo per occuparsi di truffa e fa un cattivo servizio al cliente, al tribunale e alla propria categoria lo psicologo che si mette a fare il criminologo confondendo i due piani. Suo compito dovrebbe invece essere la comprensione dei motivi e delle dinamiche che portano un individuo a cercare la setta e che portano il gruppo a strutturarsi e ad agire come setta, magari partendo da intuizioni o intenzioni non criminali.
2. Conseguenza immediata è che ciò concentrerebbe l’attenzione psicologo/sociologo sull’aiuto delle persone e non sul giudicarle. Se c’è una setta (o anche se non c’è ma ci sono sofferenze legate al gruppo) c’è un grande bisogno di aiuto, nella forma dell’ascolto e della ricomposizione: eventuali reati vanno invece segnalati e affidati alla magistratura. Tale aiuto andrebbe esercitato certamente per i fuoriusciti, ma anche se non soprattutto per quelli che restano dentro nonché per il gruppo stesso nel suo complesso, esistendo la concreta possibilità che un gruppo si sia avvitato inconsapevolmente in dolorose o quantomeno sterili modalità settarie. Un esplicito invito al dialogo su “possibili problemi nel gruppo” e al confronto con gli ex membri rivolto al gruppo stesso da associazioni di ascolto aiuterebbe anche a chiarire da subito se siamo di fronte: a) a gruppi innoqui con ex membri esaltati; b) a gruppi con modalità potenzialmente critiche; c) a vere e proprie sette, pericolose ma non criminali; d) a gruppi criminali che sfruttano la copertura della setta.
Viceversa ciò cui si assiste è una incomprensibile distinzione "buoni - cattivi": buono è il membro di una setta (o di una presunta setta) fuoriuscito e critico, cattivo è il membro non fuoriuscito o non critico. Non c’è la possibilità che una persona cerchi nella setta la risposta a domande esistenziali autentiche, al di là del fatto che la setta (o presunta tale) possa essere il luogo adatto ove cercarle. Detto altrimenti, per chi non rinnega la setta c’è nel migliore dei casi la tolleranza che si ha per i peccatori, nella speranza che prima o poi si ravveda. Non c’è alcun riconoscimento della dignità umana del soggetto e delle sue idee. E rispetto alla setta non viene concepita la possibilità che evolva: essa deve essere semplcimente cancellata.
Laddove sussista questa modalità – e sembra sussistere spesso – non stupisce che questa si applichi anche alle stesse relazioni tra studiosi e associazioni antisette, dove il dibattito non è più su cosa e setta ma sul come si sia antisette e sul quanto lo si sia, fino a che chi non è con me è contro di me, fino a creare schieramenti ideologici tra puristi dell’antisette e apostati, dove ciascuno schieramento si sclerotizza e si difende dietro i propri studiosi e le proprie teorie di riferimento, nella completa incapacità di apprendere nuove teorie, di sperimentare sul campo, in definitiva di evolvere.Sarebbe già un bel salto se tali gruppi riuscissero a definirsi, a percepirsi e ad essere percepiti non come “associazioni antisette”, ma come “gruppi di aiuto” o meglio ancora come “gruppi di ascolto”.

lunedì 27 luglio 2009

Arkeon e il giornalismo famelico (3)

Continuo il triste aggiornamento di questa micro-rubrica.

Di recente sono usciti due articoli, riportati sul sito del Cesap, uno su Virgilio e uno sulla Gazzetta del mezzogiorno, entrambi relativi alla chiusura, da parte del PM milanese Polizzi, delle indagini a carico di A.M., il maestro milanese di Arkeon accusato di violenza sessuale.

La prima cosa curiosa è che la chiusura di un’indagine non è una notizia: un’indagine che si apre prima poi si chiude. Al più siamo all’aggiornamento.

In effetti l’articolo non parla di questa “non notizia”, ma la usa solo per ripetere il solito mantra di Arkeon, delle accuse su Arkeon etc etc..col paradosso che gli stessi articoli ricordano che la posizione del maestro in questione è stata stralciata dall’indagine su Arkeon a Bari perché diversi sono gli accusati, le accuse, i tempi e i testimoni….cioè perché sono due cose che non c’entrano nulla l’una con l’altra. E quindi non si capisce bene “che c’azzecchino” direbbe qualcuno.

In che modo c’azzecchino come al solito è reso chiaro dai titoli. Nel primo caso è “Lombardia/ Sesso per "guarigioni",chiusa inchiesta su psico-setta”, che stabilisce il netto tra l’accusa di crimini sessuali e Arkeon che il testo stesso smentisce quando dice che la posizione dell’accusato è stralciata dal caso Arkeon. Ma soprattutto il secondo, che titola “Il progetto della setta:violentarle per guarirle”; che attribuisce alla setta non solo la colpa ma addirittura il progetto…salvo appunto dire che il reato è stato stralciato perché non riguarda la setta.

Senza parole.

giovedì 16 luglio 2009

Arkeon e il dialogo con gli antisette (4)

Post originale: commento al blog di Silvana Radoani
http://radoani.ilcannocchiale.it/comments/2288409

[A seguito del mio post "Arkeon e il dialogo con gli antisette (1)" sul blog di Silvana Radoani, la stessa ha postato un commento di risposta. Questa è la mia ulteriore replica. Rinvio chi volesse conoscere per completezza il post della Radoani all'indirizzo del suo blog riportato qui in alto]

La ringrazio per la risposta.
Le lascio una breve replica non per rilanciare (non intendo abusare del suo blog per parlare di cose mie), ma solo per chiarire a mia volta un paio di aspetti.

Anzitutto mi è ben noto che lei non ha alcuna relazione con Arkeon e che non ne ha alcuna conoscenza significativa, eccezion fatta per i fascicoli deliranti ricevuti dalla Tinelli che lei cita. Lei è stata tirata in ballo in questa storia - senza averci nulla a che fare – dalla Tinelli, così com’è capitato alla DiMarzio, a Simonetta Po e a Padre Cantalamessa. Qualunque soggetto terzo con una qualche autorevolezza sia venuto in contatto con Arkeon, pur senza conoscerlo da vicino o condividerne alcunché, è stato aggredito sistematicamente.

In secondo luogo, proprio perché so che non conosce Arkeon, il mio intervento non era in alcun modo finalizzato a chiederle un parere su Arkeon. L’intenzione era invece solo quella di segnalare come ciò di cui lei parlava possa trovare nel nostro caso un valido esempio ancora contemporaneo e di invitare una volta di più il mondo antisette a una riflessione comune con il mondo delle presunte sette, che sempre più sembra assomigliare allo specchio nel quale esso rifiuta di guardarsi.

Infine un appunto in merito alla vicenda di Padre Cantalamessa, non perché mi riguardi o ne voglia prendere le difese, ma perché mi sembra emblematica di un modo di procedere che giudico criticabile e addirittura pericoloso. Apprezzo la chiarezza con cui riconosce che il suo intervento in quell’occasione sia stato poco informato e con cui si rammarica per non aver cercato un confronto con il diretto interessato. Proprio per questo mi permetto di obiettare al ragionamento per cui “chiederò scusa a chiunque mi dimostri di aver avuto torto”. Certo, non siamo nei tribunali dove è l’accusa ad avere l’onere della prova e non la difesa ad avere quello della discolpa…ma adottare liberamente nel proprio piccolo questo sano principio può evitare grossi danni, come quelli prodotti dalla Tinelli accusando molte persone prima di cercare una verifica coi diretti interessati. E’ troppo facile e troppo pericoloso lanciare il sasso e poi chiedere agli innocenti di venire a dimostrare che non se lo meritavano.
Nessuno di noi è il centro del mondo, nessuno di noi è quello a cui rendere conto.
La ringrazio ancora per l’ascolto.

lunedì 13 luglio 2009

Arkeon e il dialogo con gli antisette (3)

Nel mio post "Arkeon e il dialogo con gli antisette (1)" citavo alcune esperienze di dialogo con il mondo antisette e, in particolare, i contatti intercorsi con DiMarzio, Po e Radoani. A seguito del mio post ho ricevuto una email di Simonetta Po che mi chiedeva una parziale rettifica. Con piacere riporto il testo della sua email, apponendo al titolo il numero (1) come auspicio che altri esponenti dell'ambito anti sette vogliano esprimersi su quanto si sta dibattendo.

p.s. in data 16 luglio ho rinominato questo post da "Esempi di dialogo costruttivo 1" a "Arkeon e il dialogo con gli antisette 3"



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Ciao Cosimo.
Stavo leggendo il tuo blog in cui scrivi:"E’ capitato con Simonetta Po di Allarme Scientology, con cui in diversi abbiamo avuto un intenso dibattito su Firs e che pure ha dovuto riconoscere che il suo profondo scetticismo iniziale è stato superato sostanzialmente solo grazie al “principio di autorità”, cioè alla posizione della Di Marzio".
Vorrei specificare che quanto hai scritto è inesatto, e ti pregherei di rettificare. Non ho superato "il mio iniziare scetticismo" in base a un "principio di autorità" dovuto alla posizione di Raffaella di Marzio. Mi spiego: su Arkeon non mi sono mai pronunciata, non avendone gli elementi. Ho sempre e solo detto che dalle descrizioni fatte anche da voi, il percorso poteva essere potenzialmente abusivo per cui c'era da usare molta cautela. Se mai avessi avuto "iniziale scetticismo" sulle persone, invece, questo è stato fugato dalle discussioni avute con voi nei vari luoghi Internet. Le persone che hanno accettato un libero confronto hanno avuto modalità di comunicazione molto lontane dal settarismo che caratterizza diversi gruppi, non ultimi i forum del CeSAP Bari dedicati ad Arkeon.
Se vuoi puoi riportare queste mie frasi sul tuo blog.

Simonetta Po
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Colgo l'occasione per agiungere un pensiero.
Il contatto con Simonetta è nato su internet - e in particolare su Firs - mesi addietro, in occasione dell' intenso scambio di opinioni seguito alla chiusura del sito della DiMarzio prima e alla autochiusura temporanea del sito di Allarme Scientology poi; dialogo che potete ritrovare in questo blog nei quattro post su "Arkeon, Allarme Scientology e il mondo anticult" e in altri post della prima metà del 2008.
Chi volesse rileggere quei post e il relativo dibattito su Firs (con le posizioni delle diverse persone) vedrebbe come effettivamente uno dialogo ci sia stato pur partendo da presupposti piuttosto distanti e come esso abbia prodotto non solo una maggior comprensione, ma anche una qualità di argomentazione che credo apprezzabile.
A titolo di esperimento, provate a confrontare tutto ciò con il tipo di discussione presente sul Cesap e con il tipo di argomentazioni là portate. E provate a vedere come le opinioni della stessa persona - faccio l'esempio di Bono - aldilà dell'accoglienza, su Firs abbiano prodotto un dibattito e sul Cesap un'espulsione. Valutate infine quanto sia rcedibile l'accusa mossa a Simonetta Po - analoga a quella mossa a Raffaella DiMarzio - di essere una fiancheggiatrice di Arkeon.
Tutto questo è un ottimo esempio di quanto dicevo nei miei due ultimi post.

Arkeon e il dialogo con gli antisette (2)

Post originale sul Blog di Raffaella Di Marzio:
https://www.blogger.com/comment.g?blogID=4879438425670707462&postID=2634852493102164432&page=1

Come dicevo già altrove, quando si parla di sette (o presunte tali) spesso sembra non considerarsi la differenza tra “colpa” e “dolo”, cioè il caso che il comportamento di un gruppo settario (o presunto tale) possa avere risvolti negativi ma non intenzioni negative. Considerare questa ipotesi – oltre che essere segno di civiltà umana e giuridica - avrebbe due importanti conseguenze.

1. Riporterebbe le diverse questioni criminali e comportamentali nei rispettivi diversi ambiti di competenza (giuridico e sociologico/psicologico): ai tribunale valutare se ci sia o meno reato e – se sì – se ci sia colpa o dolo; allo psicologo/sociologo valutare le ragioni delle scelte di chi entra in una setta e le modalità di comportamento della setta stessa. Non serve uno psicologo per occuparsi di truffa e fa un cattivo servizio al cliente, al tribunale e alla propria categoria lo psicologo che si mette a fare il criminologo confondendo i due piani. Suo compito dovrebbe invece essere la comprensione dei motivi e delle dinamiche che portano un individuo a cercare la setta e che portano il gruppo a strutturarsi e ad agire come setta, magari partendo da intuizioni o intenzioni non criminali.

2. Conseguenza immediata è che ciò concentrerebbe l’attenzione psicologo/sociologo sull’aiuto delle persone e non sul giudicarle. Se c’è una setta (o anche se non c’è ma ci sono sofferenze legate al gruppo) c’è un grande bisogno di aiuto, nella forma dell’ascolto e della ricomposizione: eventuali reati vanno invece segnalati e affidati alla magistratura. Tale aiuto andrebbe esercitato certamente per i fuoriusciti, ma anche se non soprattutto per quelli che restano dentro nonché per il gruppo stesso nel suo complesso, esistendo la concreta possibilità che un gruppo si sia avvitato inconsapevolmente in dolorose o quantomeno sterili modalità settarie. Un esplicito invito al dialogo su “possibili problemi nel gruppo” e al confronto con gli ex membri rivolto al gruppo stesso da associazioni di ascolto aiuterebbe anche a chiarire da subito se siamo di fronte: a) a gruppi innoqui con ex membri esaltati; b) a gruppi con modalità potenzialmente critiche; c) a vere e proprie sette, pericolose ma non criminali; d) a gruppi criminali che sfruttano la copertura della setta.

Viceversa ciò cui si assiste è una incomprensibile distinzione "buoni - cattivi": buono è il membro di una setta (o di una presunta setta) fuoriuscito e critico, cattivo è il membro non fuoriuscito o non critico. Non c’è la possibilità che una persona cerchi nella setta la risposta a domande esistenziali autentiche, al di là del fatto che la setta (o presunta tale) possa essere il luogo adatto ove cercarle. Detto altrimenti, per chi non rinnega la setta c’è nel migliore dei casi la tolleranza che si ha per i peccatori, nella speranza che prima o poi si ravveda. Non c’è alcun riconoscimento della dignità umana del soggetto e delle sue idee. E rispetto alla setta non viene concepita la possibilità che evolva: essa deve essere semplcimente cancellata.

Laddove sussista questa modalità – e sembra sussistere spesso – non stupisce che questa si applichi anche alle stesse relazioni tra studiosi e associazioni antisette, dove il dibattito non è più su cosa e setta ma sul come si sia antisette e sul quanto lo si sia, fino a che chi non è con me è contro di me, fino a creare schieramenti ideologici tra puristi dell’antisette e apostati, dove ciascuno schieramento si sclerotizza e si difende dietro i propri studiosi e le proprie teorie di riferimento, nella completa incapacità di apprendere nuove teorie, di sperimentare sul campo, in definitiva di evolvere.

Sarebbe già un bel salto se tali gruppi riuscissero a definirsi, a percepirsi e ad essere percepiti non come “associazioni antisette”, ma come “gruppi di aiuto” o meglio ancora come “gruppi di ascolto”.

n.b. Un chiarimento. Insisto sulla differenza tra colpa e dolo perché credo metta in luce le chiusure e le contraddizioni di un approccio criminologico, colpevolista, non psicologico e in definitiva prevenuto. Purtroppo più spesso, da quanto stanno sperimentando le persone di Arkeon e da quanto leggo in rete, la questione non è di colpa o dolo nelle presunte sette, ma più banalmente di clamorose cantonate prese da gruppi antisette e magistratura, preda di incompetenza e ottusità. Quando si sarà finito di occuparsi dei problemi dei gruppi antisette, forse si potrà cominciare ad occuparsi dei problemi legati alle sette.

mercoledì 8 luglio 2009

Arkeon e il dialogo con gli antisette (1)

Post originale sul blog di Silvana Radoani
http://radoani.ilcannocchiale.it/comments/2288409

Gentile s.ra Radoani

Spero vorrà perdonare questo mio lungo commento al suo intervento.

Il paragrafo conclusivo di questo suo post sembra adattarsi molto bene all’esperienza vissuta dal gruppo Arkeon in questi ultimi tre anni, di cui so che è a conoscenza: un percorso di crescita basato su seminari a pagamento oggetto di indagini ed attualmente in attesa di un possibile rinvio a giudizio per le denunce di ex frequentanti rispetto a comportamenti dei propri “maestri”.

In questo caso, come in altri simili, c’è stato un “salto di livello” determinato non dalla gravità delle accuse o dalla numerosità dei soggetti coinvolti, bensì dall’intervento di alcuni “presunti esperti di sette” (in questo caso il Cesap della dottoressa Tinelli) che hanno stigmatizzato Arkeon come una “psicosetta”, etichetta subito ripresa sia dagli inquirenti che dai media.

Il salto di livello si sostanzia in due fatti.
Il primo è che in questo modo – con l’uso della parola setta - non solo viene automaticamente cancellata l’ipotesi che le accuse possano essere false o da circoscrivere a specifici individui più che al gruppo, ma addirittura viene cancellata l’ipotesi che il gruppo possa essere animato da buone intenzioni ed aver commesso danni per superficialità o incompetenza: è la differenza tra colpa e dolo, che lascia la possibilità che l’altro sia un essere umano.
Il secondo è che l’attributo setta toglie ogni possibilità di far udire la propria voce a chi viene tacciato di farne parte. Nessuno vorrà mai sentire l’opinione di un settarolo, nessuna spiegazione anche ragionevole e verificabile potrà mai scardinare la certezza che sia solo strumentale e capziosa.
In altri termini l’ipotesi che le cose possano essere diverse, più semplici, più umane di come vengono descritte viene resa impronunciabile. E qualunque errore o malafede dell’accusante viene di contro resa inverificabile.

Le scrivo questo perché, in questi tre anni difficili, in diversi abbiamo provato ad interloquire con altri “esperti” del settore. E in alcuni casi (pochi a dire il vero) abbiano incontrato una disponibilità maggiore all’ascolto e talvolta una migliore e più completa comprensione delle cose.
E’ stato così nel caso della d.ssa Di Marzio, che non ha risparmiato critiche più o meno velate ad Arkeon e che ciò nonostante è finita addirittura indagata con noi. E’ capitato con Simonetta Po di Allarme Scientology, con cui in diversi abbiamo avuto un intenso dibattito su Firs e che pure ha dovuto riconoscere che il suo profondo scetticismo iniziale è stato superato sostanzialmente solo grazie al “principio di autorità”, cioè alla posizione della Di Marzio. Questo suo stesso blog – nelle modalità e nei contenuti – mi sembra mostrare un’apertura mentale verso l’ipotesi che non tutti i gruppi strani oggetto di accuse siano necessariamente sette o sette pericolose…sebbene non possa omettere di ricordare come il suo intervento ai danni di Padre Raniero Cantalamessa e delle sue presunte relazioni con Arkeon sia stato – se lo lasci dire – altrettanto disinformato e superficiale di quelli della Tinelli in altri ambiti e ad oggi non abbia avuto che io sappia alcuna sua smentita.

Tutto ciò mi fa sperare che ci siano, anche in questo difficile settore degli antisette, persone disposte a mettersi in discussione, a valutare caso per caso e non per principio o per sentito dire. Persone che abbiano che abbiano lo spessore morale e intellettuale per riconoscere – quando capita – di aver sbagliato. E di riconoscerlo non nel privato della propria coscienza, ma nello stesso spazio pubblico delle proprie azioni.

Questo sarebbe di grande importanza per sviluppare, nel vostro mondo, una metodologia di lavoro e delle “buone prassi” che tutelino di più la verità dalle persone in malafede, dagli errori e dai preconcetti che ciascuno si porta dentro. Sarebbe di grande importanza per portare aiuto alle persone, alle vittime vere delle sette e delle realtà comunque chiuse. Per evitare di aggiungere alla lista della vittime delle sette altre vittime (quelle degli antisette), forse ancor più deboli perché private della pietà dei terzi e talora anche della protezione della legge. E magari addirittura per consentirebbe, in alcuni casi, di recuperare e valorizzare le esperienze di umanità, di ascolto e di sostegno realizzate in alcuni di questi gruppi, di cui c’è straordinario bisogno.

La ringrazio e le faccio i miei migliori auguri

mercoledì 1 luglio 2009

Arkeon e il giornalismo famelico (2)

Vorrei prendere spunto da un nuovo articolo di stampa per una riflessione un pochino più ampia.

Già nel mio ultimo post richiamavo due articoli pubblicati recentemente da
Nasso su Cronoaca Qui e da Nardecchia sull’Espresso, relativi alla notizia della richiesta di rinvio a giudizio di un maestro milanese di Arkeon, A.M., per l’accusa di violenza sessuale. Accusa che ha dato luogo allo stralcio della posizione di A.M. dal procedimento in corso rispetto agli altri 11 indagati di Arkeon cui un simile addebito non è rivolto.

Ci si poteva aspettare che questa notizia aiutasse almeno a chiarire un fatto: che il reato di violenza sessuale riguardava solo questa persona e non – come si è voluto far credere – tutti gli indagati o addirittura il metodo in quanto tale. Invece è stato da subito chiaro che ciò sarebbe stato utilizzato non per chiarire ma per gettare altra confusione, per dare a intendere quello che non è, per fare ulteriormente del male a perfetti innocenti.

Puntuale è arrivato l’ennesimo articolo “dalla schiena dritta” pubblicato l’altroieri - 29 giugno 2009 –sulla Gazzetta del Mezzogiorno e qui di seguito riportato.

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L'INCHIESTA “ARKEON”
Violenza sessuale indagato barese «maestro» della setta
Uno dei maestri della presunta «psico-setta» fondata a Bari e che utilizza la cosiddetta fIlosofia «Arkeon», è accusato di aver abusato sessualmente di due allieve.
Antonio M., 67anni. è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Milano che si è avvalsa della maxi inchiesta della Procura di Bari. Lo scorso gennaio il pm barese Francesco Bretone ha richiesto il rinvio a giudizio per 11 indagati, compreso Antonio M.

DALLA PROCURA DI MILANO INDAGATO IL BARESE ANTONIO MORELLO. A CAPO DELLA CONGREGA CI SAREBBE VITO MOCCIA, DI NOICATTARO
Setta Arkeon, il gran maestro sotto inchiesta per violenza sessuale

E lo chiamavano «gran maestro». È accusato di aver abusato sessualmente di due sue allieve uno dei «guaritori» e maestri spirituali della presunta psico-setta, che alcuni definiscono come un gruppo di sostegno psicologico noto come «Arkeon» dal nome del metodo di analisi e introspezione ideato dal suo fondatore Vito Carlo Moccia, 58anni di Noicattaro, già sotto inchiesta.
Antonio Morello, 68anni, barese trapiantato a Milano, è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Milano che ipotizza a suo carico il reato di violenza sessuale. La posizione dell'uomo è stata stralciata dall'inchiesta più ampia della Procura di Bari.

Lo scorso gennaio il pubblico ministero Francesco Bretone, titolare della indagine, ha chiesto il rinvio a giudizio per undici promotori del «metodo Arkeon». Dalle indagini preliminari - secondo gli investigatori – sarebbe emerso il profilo di una sorta di «psico-setta»che, utilizzando tecniche vagamente ispirate alla filosofia orientali del Reiki, in dieci anni sarebbe riuscita a mettere insieme 10 mila adepti in tutta Italia e a truffare molte persone, obbligandole a partecipare a costosi seminari per guarire da tumori, aids o infertilità, oppure da problemi spirituali.
I reati contestati: associazione per delinquere, truffa, esercizio abusivo della professione medica, violenza privata, maltrattamenti di minori e incapacità procurata da violenza. Secondo l'accusa, a capo della presunta «psico-setta» come abbiamo già detto, ci sarebbe stato Vito Carlo Moccia che affermava di essere psicologo ma non ne aveva i titoli. I fatti coprono un arco temporale di quasi dieci anni, compreso tra il 1999 e il 2008.
Gli elementi raccolti dagli investigatori della Digos di Bari, guidati dati da Stanislao Schimera, hanno consentito di individuare delle responsabilità anche a carico di Morello nei cui confronti il pm milanese Giovanni Polizzi vaglierà le ipotesi di violenza sessuale per due episodi che si sarebbero verificati con le stesse modalità a casa dell'indagato tra il 1999 e il 2002.
Stando alla ricostruzione dell'accusa, l'uomo condizionando psicologicamente le sue vittime con la falsa autorità derivante dalla qualifica di «maestro» all'interno della setta, le avrebbe convinte di essere state da bambine vittime di pedofilia e che per superare il trauma dovevano sottoporsi a una terapia particolare. Quindi, con l'aggravante di aver abusato della loro condizione di inferiorità fisica, le avrebbe costrette a subire atti sessuali. In un'altra occasione, si leggeva nella richiesta di custodia cautelare avanzata a suo tempo a Bari, l'uomo si sarebbe reso responsabile anche di un «abuso di gruppo».
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Il dato più evidente è che il nostro nuovo autore si esprime in un grande esercizio di modestia e umiltà professionale, mostrando di ripetere il verbo già ricevuto da chi è venuto prima di lui (Nasso e Nardecchia appunto). I quali, va da sé, non sono che il penultimo anello di una catena di ripetizione "ovina" che prosegue ininterrotta dal 2007 secondo una tradizione di fedeltà orale e scritta che nemmeno il popolo di Israele.

Così se l’articolista della Gazzetta recita:
“A Milano il collega Giovanni Polizzi invece vaglierà le ipotesi di violenza sessuale contestate ad Antonio Morello, classe 1942. Due episodi che si sarebbero verificati con le stesse modalità a casa dell'indagato tra il 1999 e il 2002.”,
il collega Nasso di Cronaca Qui recitava:
“Giovanni Polizzi vaglierà le ipotesi di violenza sessuale per due episodi che si sarebbero verificati con le stesse modalità a casa dell'indagato tra il 1999 e il 2002”.

E di nuovo, mentre il primo dice:
“Condizionando psicologicamente le sue vittime con la falsa autorità derivante dalla qualifica di “maestro” all'interno della setta, le avrebbe convinte di essere state da bambine vittime di pedofilia e che per superare il trauma dovevano sottoporsi a una terapia particolare. Quindi, con l'aggravante di aver abusato della loro condizione di inferiorità fisica, le avrebbe costrette a subire atti sessuali. In un'altra occasione, si leggeva nella richiesta di custodia cautelare avanzata a suo tempo a Bari, l'uomo si sarebbe reso responsabile anche di uno stupro di gruppo.”
il secondo diceva :
“Stando alla ricostruzione dell'accusa, l'uomo condizionando psicologicamente le sue vittime con la falsa autorità derivante dalla qualifica di «maestro» all'interno della setta, le avrebbe convinte di essere state da bambine vittime di pedofilia e che per superare il trauma dovevano sottoporsi a una terapia particolare. Quindi, con l'aggravante di aver abusato della loro condizione di inferiorità fisica, le avrebbe costrette a subire atti sessuali. In un'altra occasione, si leggeva nella richiesta di custodia cautelare avanzata a suo tempo a Bari, l'uomo si sarebbe reso responsabile anche di un «abuso di gruppo».

E ancora se il primo dice:
“una sorta di «psico-setta»che, utilizzando tecniche vagamente ispirate alla filosofia orientali del Reiki, in dieci anni sarebbe riuscita a mettere insieme 10 mila adepti in tutta Italia e a truffare molte persone, obbligandole a partecipare a costosi seminari per guarire da tumori, aids o infertilità, oppure da problemi spirituali"
il buon Nardecchia sull’Espresso diceva:
"Si tratta, secondo gli investigatori, di una sorta di psico-setta che, utilizzando tecniche vagamente ispirate alle filosofie orientali, in dieci anni sarebbe riuscita a raccogliere qualcosa come diecimila adepti in tutta Italia e a truffare molte persone, obbligandole a partecipare a costosi seminari dicendo loro che sarebbero guarite da malattie molto gravi oppure da asseriti problemi di natura spirituale"

Ciò detto, ciascuno ama aggiungere del suo all’infinita catena, in una sorta di telefono senza fili in cui le bestialità si moltiplicano e le imprecisioni trionfano. In questo caso ciò che trionfa non è la distorsione dei fatti, ma la confusione della loro attribuzione, in un articolo che sembra fatto per esporre il fondatore di Arkeon e accusarlo di reati che nemmeno il PM (bontà sua) gli attribuisce.
Che dire, infatti, di un articolo che nel titolo dice di voler parlare dell’accusa di "violenza sessuale a carico del barese «maestro» della setta" mentre in effetti per circa metà dell’articolo parla del fondatore di Arkeon, che di tali crimini non è accusato? Un banale conto dimostra che a fronte di 5 citazioni del nome dell’accusato e di circa 277 parole a lui dedicate, il nome del fondatore di Moccia viene citato 3 volte, di cui una addirittura nel titolo interno e riportandone nel titolo la residenza, e dedicandogli 220 parole. L’effetto è che nell’articolo sulla violenza sessuale commessa da un maestro barese si parla del fondatore di Arkeon, che pure è barese ma non ha commesso tale crimine. Ognuno valuti a quale dote o motivazione dell’articolista attribuire questo esito.

C’è poi il classico sciocchezzario di questi articoli. Dal titolo del trafiletto di apertura, che mette tra virgolette non il termine setta (che esprime una valutazione della Tinelli, che peraltro lei stessa nega di aver espresso…se non che è registrata in TV) bensì il termine maestro, che può essere discutibile quanto pare ma era il nome con cui erano ufficialmente indicati gli insegnanti di Arekon.
Sempre nel trafiletto di apertura si parla di “maxi inchiesta della Procura di Bari”, con una sproporzione evidente quanto infantile (le maxi inchieste sono quelle sulla mafia, per capirci o sui traffici di droga internazionali).
Segue il sottotitolo dell’articolo interno che parla di “Gran maestro” accusato di violenza sessuale e la frase “E lo chiamavano «gran maestro»”…ma lo chiamava “gran maestro” chi?? ma questi sono viaggi mentali del giornalista o di chi gli ha raccontato delle pietose balle.

Purtroppo nulla di nuovo sul fronte occidentale. Se non due conferme: l’obiettivo non è sanzionare un reato ma distruggere un movimento (Arkeon) e una persona (il suo fondatore); e nessuno è interessato a conoscere la verità né è disposto a un confronto pubblico.

Lo dimostra il fatto che si continuano a pubblicare articoli sulla "setta del sesso", nonostante sia ormai chiaro che dei reati di violenza è accusato A.M. e nessun altro maestro di Arkeon: del resto la stessa testimone pescarese, onnipresente su giornali e TV, pur avendo conosciuto di persona solo quel maestro continua a parlare di Arkeon e dei suoi maestri, neanche li conoscesse.

Lo dimostra il fatto che – come recentemente scritto sul sito del
Caso Arkeon da due persone – alcuni indagati non hanno mai ricevuto una formale contestazione delle accuse loro mosse (manco nel “Processo” di Kafka) e la validissima d.ssa Tinelli e la sua squadra hanno ritenuto di segnalare alla Polizia dei casi sospetti senza nemmeno sprecarsi a fare una verifica preventiva dei fatti con i diretti interessati, verifica che avrebbe evitato di riferire delle emerite corbellerie coinvolgendo innocenti e facendo perdere tempo alla polizia.

Lo dimostra che in questi due anni gli articoli sono stati ripubblicati – come evidenziato prima - trattando sempre “gli informatori” come si fa con i francobolli (a ciascuno capire cosa intendo) e senza che mai nessuno di Arkeon, nemmeno le persone citate, venisse contattata per un parere o una smentita.

Lo dimostrerebbe da ultimo il fatto che - a quanto pare - alcuni dei testimoni “contro” abbiano richiesto al PM misure contro dei perfetti signori nessuno come me o Pietro Bono per far chiudere i nostri blog, nonostante le indagini siano chiuse, nonostante portiamo fonti e riferimenti dei fatti che citiamo e li distinguiamo dalle nostre opinioni (che sono libere, vivaddio) e nonostante il fatto che da tre anni essi parlano in tv, sui giornali e in rete, anche ad indagini in corso.

Il punto da chiarire è che qui – nelle intenzioni di costoro – sotto accusa non sono persone specifiche per fatti specifici, ma è un metodo in quanto tale e i suoi interpreti per le loro idee. Come conferma lo storico post della testimone pescarese sul sito del Cesap che nel
post “Re:Scoperta 'psico setta' a Bari, denunce e sequestro - 2007/10/17 05:01” affermava quanto segue:

“Era ora.Quanto tempo, quante lacrime, quanta pazienza.Quanto coraggio nello scegliere di non tacere come tutti gli altri.Quanta fatica nel contrastare gli attacchi di chi voleva solo intimidire gli onesti con denunce e citazioni.Quanta faticosa sopportazione per la spavalderia di quanti si sentivano intoccabili.Dove siete adesso maestri, insegnanti e fedelissimi organizzatori?Tremate perché i vostri nomi, orgogliosamente sbandierati nelle vostre lotte gerarchiche per guadagnare soldi e potere, ora li ha qualcuno che può decidere la vostra sorte?Cosa si prova ad immaginare di non poter più scegliere i propri compagni di vita? Per me l'ha deciso il "maestro", per voi potrebbe deciderlo il giudice. Magari vi state chiedendo che compagnia possa essere quella di tanti bei detenuti da illuminare... provate a parlare a loro di "processi" irrisolti con padre e madre.Provate a convincerli di poter comandare gli eventi a distanza, magari potrete far viaggiare le sigarette da cella a cella attraverso le sbarre.C'eravate tutti, non solo quei sei indagati.Facevate parte dell'associazione, no? A delinquere, a quanto pare.Voi che nascondevate le vostre nefandezze dietro la Verità, è dalla verità che sarete scoperti nel vostro fare altrettanto colpevole e complice.La vita è strana, presenta sempre il conto e ora tocca a voi.Io ho sentito tutti i sentimenti possibili, grazie a voi: sgomento, dolore, rabbia, impoenza, solitudine e sconforto mentre assistevate i due maestri che implacabili distruggevano la mia famiglia e provavano a distruggere, invano, anche me e il mio equilibrio, la mia forza, la mia dignità. Proverete paura e solitudine quando in questura voi, e non il vostro grande Vito, dovrete fornire generalità e tutto sarà messo a verbale. Lui non vi tirerà fuori dai guai: sentito cosa dice il suo avvocato? Siete voi che avete fatto i cattivi, lui non c'entra e si dissocia.Io spero che invece c'entri, in galera, insieme a quanti di voi l'hanno supportato e sostenuto in questi anni nel tentativo di emularlo. Siete in tanti lo sappiamo bene. Sono noti nomi e cognomi, date di nascita e indirizzi. Le Procure forse vi manderanno gli auguri di compleanno.Forse iniziare a collaborare renderà gli inquirenti più clementi.Forse i vostri processi non li avete ancora risolti, ma non era per questo che facevate i seminari?A questo punto credo che Arkeon non funzioni molto bene.”

Questa persona è collaboratrice del Cesap ed è la presidente del comitato famiglie vittime di arkeon.


giovedì 11 giugno 2009

Arkeon e il giornalismo famelico (1)

Faccio riferimento all'ultimo post di Pietro Bono, che tratta un esempio particolarmente evidente dei meccanismi che sono scattati nella vicenda “Arkeon”.
All’origine c’è una persona (“la supertestimone di Pescara”) che denuncia di aver subito reati a sfondo sessuale durante un seminario con una coppia di maestri di Arkeon. Se non ricordo male, la testimone in TV diceva di non aver denunciato il fatto ma di aver presentato un esposto (tant’è che i giornalisti la incalzano dicendo “se c’è reato denunci”). Ma soprattutto parlava dei fatti senza mai circostanziarli al maestro cui si era rivolta, ma riferendosi più in generale ad Arkeon, con ciò suggerendo che quello che lei ha vissuto in quei seminari fosse Arkeon e addirittura lanciandosi in una serie di valutazioni circa il modo in cui “funzionerebbero questi percorsi”. Percorso di cui lei non sembra aver mai conosciuto altri maestri né mai seguito altri seminari e di cui quindi non può dire di conoscere sostanzialmente niente. Come se, avendo subito un abuso da un prete, avesse detto “era in una chiesa, ho subito un abuso, nelle chiese i preti fanno così”.

Questa testimonianza viene ripresa da mille giornali per tre anni, ogni volta aggiungendo, togliendo o affiancando quaqlche dettaglio più o meno attinente e vero. L’articolo del gennaio 2009 di Nardecchia citato da Pietro arriva buon ultimo e tuttavia riesce ancora a scrivere delle sciocchezze. Dopo aver riportato esattamente il solito articolo scritto da decine di altri giornalisti, ci mette del suo e scrive “I reati a sfondo sessuale saranno accertati dalla procura della Repubblica di Milano, dove è stata stralciata la posizione di alcuni degli indagati. Le violenze sarebbero avvenute alla presenza di minorenni, i quali sarebbero stati costretti ad assistere a episodi di forte impatto emotivo”. Il suo che ci mette non è il contenuto (anche questo riportato infinite volte) ma l’accostamento di frasi riferite a cose diverse. Da un lato l’attribuzione dei reati a sfondo sessuale al maestro milanese e il conseguente stralcio del processo per quel reato. Dall’altro l’accusa - in realtà rivolta ad altri maestri - di aver fatto partecipare a seminari dei minori e in particolari a situazioni di alto impatto emotivo. Se non sono stato chiaro, sto dicendo che l’accusa di reati a sfondo sessuale è circoscritta a quei due eventi di quel maestro e non agli altri indagati, mentre l’accusa di aver fatto assistere minori a scende di forte impatto emotivo riguarda altri due maestri. A distanza di tre anni dai fatti, con tonnellate di materiale disponibile e sedimentato, Nardecchia sta ancora confondendo le mele con le pere. Cosa che la sua stessa grottesca frase dovrebbe rendergli evidente anche qualora non conoscesse i fatti: letta nella sua interezza, infatti, essa direbbe che i reati a sfondo sessuale, cui sarebbero costretti ad assistere i minori, sarebbero episodi di forte impatto emotivo…un eufemismo che anche a jack lo squartatore farebbe un po’ ribrezzo.

Non va meglio per l'altro articolo citato da Pierto, quello di Antonio Nasso, che sullo stesso argomento il 29 maggio non fa mancare trovate geniali. A partire dal titolo “Violentate da un finto santone”, che mi lascia con l’angosciosa domanda di chi sia un vero santone e se l’essere un santone finto sia un aggravante alla violenza rispetto al caso in cui a macchiarsene fosse stato un santone vero. Si prosegue con l’affermazione che “la setta aveva sede a Bari”, che omette di aggiungere alla parola setta l’aggettivo “presunta”, superando di slancio il fastidioso problema di verificare se quella fosse davvero o meno una setta. Il colpo di genio è però la frase “Condizionando psicologicamente le sue vittime con la falsa autorità derivante dalla qualifica di “maestro” all'interno della setta”. Per chi l’ha letta decine di volte nei vari testi del Cesap, quella “falsa autorità” è un grottesco e noto marchio di fabbrica, che rivela solo come Nasso non si sia peritato di modificare almenole parole del compito che gli è stato passato dalla vicina di banco secchiona. Posso capire il fastidio di chi dice “ma maestri de che?” e quindi indica con disprezzo la falsa autorità di tali maestri…ma credevo che per suggerire l’ipotesi di plagio (reato che non esiste oggi : bisognerebbe parlare di circonvenzione di incapace…ma darsi degli stupidi da soli è sempre sgradevole) ci volesse almeno una roba consistente tipo “le tecniche preordinate di condizionamento psicologico” di cui parla la Tinelli (sconosciute alla scienza, ma vabbè) e non una banale “falsa autorità”. Infine c’è l’ipotesi dello “stupro di gruppo” che se fosse vera avrebbe generato avvisi di garanzia anche per gli altri violentatori, mentre qui non solo non c’è stato alcun provvedimento cautelare, ma il rinvio è solo per il maestro in questione.
La domanda è: ma chi scrive – che immagino sia in buona fede – si domanda il senso e le conseguenze di quello che scrive?

martedì 12 maggio 2009

Arkeon: il silenzio degli onesti o la voce di chi parla

Post originale: commento sul Blog di Pietro Bono
http://stepbystepwalkingtogether.blogspot.com/2009/05/arkeon-e-il-silenzio-degli-onesti-11-5.html

Stamane a Radio 24 si parlava del caso Cesare Battisti, condannato in Italia per 4 omicidi, rifugiato in Brasile e protetto dal governo brasiliano che rifiuta di concedere la sua estradizione in Italia in quanto i suoi sarebbero stati "crimini politici" e in Italia verrebbe torturato.Che l’Italia sia un paese democratico e che la richiesta venga avanzata congiuntamente da un Governo di destra e da un Presidente della Repubblica di sinistra sembra non significare nulla per il Governo Brasiliano. Che l'opinione pubblica brasiliana secondo diversi sondaggi sial al 95%favorevole all'estradizione non conta. Il fatto è che Battisti sembra godere di ampie coperture politiche in Brasile, da parte di una minoranza di estrema sinistra molto potente nel partito al potere: per capirci l'avvocato di Battisti è il fondatore del partito. In effetti sembra che oggi il Parlamento Brasiliano terrà un'audizione sull'argomento ascoltando pareri terzi, nella quale verrà ascoltato (a favore di battisti) il responsabile del rogo di Primavalle (fuggito anche lui in Brasile) ma non i familiari delle vittime di Battisti cui non è stato concesso presenziare e riferire. Mentre ascoltavo pensavo "niente di nuovo". Ho voluto parlare di questo caso, così diverso dal nostro, perché dimostra come minoranze non molto visibili ma molto ben coperte possano procedere a dispetto di qualunque buon senso e di qualunque rigore istituzionale.Purtroppo anch'io sono arrivato alla tua stessa conclusione: è un muro di gomma. Ma nessuno può impedirmi di fare la mia parte, per piccola che possa essere. E il farlo non dipende da una vocazione masochistica, ma semplicemente dal rispetto del percorso che ho fatto nella mia vita, che non rinnego anzi rivendico. Non rinuncio a credere che non sono la giustizia e le istituzioni che non funzionano, ma che sono singoli individui a usarle e a farsi usare non assumendosi le proprie responsabilità. Di fronte a ciò, io posso solo assumermi le mie, come so, come posso.

sabato 9 maggio 2009

Arkeon: parole,opere, omissioni...

Per chi non avesse avuto modo di seguirlo, richiamo alcuni sviluppi interessanti che si sono recentemente registrati sul blog della d.ssa DiMarzio.

In un suo post del 22 aprile 2009, la DiMarzio raccontava di aver scritto al Presidente dell'Ordine degli Psicologi per chiedere se corrispondesse al vero quanto pubblicamente affermato dalla d.ssa Tinelli, cioè che egli avesse accusato la DiMarzio del reato di abuso della professione psicologica. Nello stesso post pubblicava la risposta ricevuta, nella quale il Presidente diceva che:
"...Con riferimento alla richiesta da Lei inoltrata in ordine alle presunte dichiarazioni da me rilasciate alla Dott.ssa T., a seguito di richiesta di chiarimenti effettuata dall'ordine della Puglia a quest'ultima, posso precisare che la frase incriminata è stata completamente estrapolata - con conseguente travisamento del significato suo proprio - dal contesto in cui era stata pronunziata [...] Certi di aver chiarito l'equivoco si porgono distinti saluti [...]".
La lettera era riprtata in immagine scansita.

Successivamente il 5 maggio la DiMarzio modifica il post, togliendo le parole del Presidente dellOrdine e rimuovendo l'immagine della lettera, con la seguente precisazione:
"La frase in rosso che era pubblicata in questo post è stata da me eliminata. La motivazione è questa: oggi, 5 maggio 2009, ho ricevuto dal Presidente dell'Ordine degli Psicologi una diffida in cui mi chiede di eliminare la nota che era qui trascritta in rosso in base alla vigente normativa sulla Privacy".

Diverse persone sono intervenute a commentare l'accaduto, tutte concordando su un fatto (che dovrebbe essere abbastanza ovvio). La pubblicazione da parte della DiMarzio della lettera con cui il Presidente smentiva affermazioni pubblicamente attribuitegli dalla Tinelli e per le quali egli avrebbe potuto essere denunciato per diffamazione non rappresenta una violazione della privacy, quanto piuttosto una tutela per il Presidente stesso, che avrebbe anzi dovuto curarsi personalmente di una simile smentita. Viceversa non solo il Presidente non si è attivato per alcuna smentita, ma addirittura si attiva a censurare la propria smentita.
Che la questione non sia "privata" ma pubblica e seria, tanto da sollevare problemi anche all'interno dello stesso ordine, lo confema indirettamente lo stesso Presidente quando parla di
"richieste di chiarimenti effettuate dall'ordine".
Trova così - purtroppo - conferma la sensazione che l'ordine (come molti altri ordini) sia una piccola casta che non tutela i clienti tramite la garanzia di professionalità dei suoi memebri, ma tutela se stessa con modalità tutt'altro che trasparenti e "dignitose".

mercoledì 8 aprile 2009

Arkeon: col senno di poi...

Post originale su: blog di Fioridarancio
http://fioridiarancio.wordpress.com/2009/04/08/il-tradimento-di-giuda/#comment-704


Spesso mi sono chiesto se quanto ho integrato negli anni del mio percorso in Arkeon sia stato il frutto di quel percorso e non più semplicemente della maturazione che avviene negli anni. Forse avrei compreso o superato quelle stesse cose in un altro modo, mi viene da pensare.
Ho riflettuto a lungo e posso dire che ciò per me non è vero in generale, ma solo per alcune cose; per molte altre Arkeon è stata la chiave inglese senza la quale non avrei svitato certi bulloni. Ma il punto non è questo.Il punto è che allora quel bullone sigillava una parte della mia vita. E che lo strumento che ho cercato e ho trovato per svitarlo è stata quella chiave inglese, non un’altra. Oggi, con una maggiore consapevolezza e una maggior solidità, posso dire che molti problemi potevano essere affrontati crescendo. Ma la verità è che allora era proprio quella crescita che non riuscivo a realizzare.
Col senno di poi, ogni problema è facile. Ma chi col senno di poi dice “è facile” di solito di quel problema non ha capito la portata. E’ chi giudica le cose senza esserci dentro. Sono le persone che, in quegli anni, hanno fatto il processo ai genitori come oche che soffiano invece di distinguere gli errori dal meglio di sé che essi hanno cercato di dare. Sono le persone che preferiscono dimenticare piuttosto che perdonare, che preferiscono condannare piuttosto che giudicare, che insomma in mezzo alle cose non ci si vogliono trovare, per cui è tutto bianco, nero o indefinitamente grigio, ma mai del colore che IO sento di volergli dare.

venerdì 20 marzo 2009

Arkeon e le mani di mio padre

Post originario: commento su "Sudorepioggia"
http://sudorepioggia.wordpress.com/2009/03/19/la-mia-festa-del-papa/#comments

Il ricordo più bello che ho della mia infanzia sono le mani di mio padre che mi “srotolava” per aria. Ancor oggi, lo ammetto, quando mi sento inadeguato, torno alla sensazione di quelle mani per ritrovare me stesso e la mia direzione.
Voglio aggiungere una cosa.Un tempo le tradizioni erano orali. Forse nostro compito, oltre che benedire i nostri figli con le mani, è custodire e tramandare per tutti questa nostra storia , che non è solo nostra.
Un abbraccio

Arkeon: quali sono i cervelli lavati?

Post originario: su "Pietro Bono blogspot"
http://pietrobono.blogspot.com/2009/03/arkeon-e-i-cervelli-lavati-19-3-2009.html


Tanti sono gli aspetti agghiaccianti di quella trasmissione.
La mancanza non dico di una verifica, ma solo di un tentativo di verifica di alcunché: uno mi dice e io riporto, alla faccia del giornalismo. Si chiama facchinaggio!La stridente diversità di atteggiamento tenuto con “le sette successive”: la prima con intervista ai fondatori (quindi diritto di replica), in ridente spiazzo soleggiato e domande remissive; l’ultima addirittura uno spot pubblicitario, il tutto in un crescendo rossiniano che dal male Arkéon andava al bene paoletti. Per la serie, forti coi deboli e debole coi forti. Poi le interviste con lo scialle, della stessa persona già intervenuta a volto scoperto in altre due trasmissioni televisive di rilievo nazionale: che senso ha se non quello di impressionare. Per la serie “io sì che so manipolarle le persone”.

Ma le cose più interessanti riguardano le testimonianze di quei due genitori.
La madre parla di cambiamenti terribili nel figlio: “Me ne sono accorta perché mio figlio iniziava a rispondermi male ad essere aggressivo, freddo, distaccato. Ed io ho pianto. Ma cosa è successo al mio ragazzo? Ma Perché si comporta così? Nei suoi sguardi leggevo l’odio nei miei riguardi
“Anna” conferma – con riferimento al proprio caso – che il gruppo induce cambiamento definendolo repentino: “quello che ho visto, è che il mio famigliare era cambiato immediatamente, istantaneamente”.
La conferma definitiva che queste psicosette inducono repentini cambiamenti nell’individuo viene dall’esperta chiamata in causa, la d.ssa Tinelli che dice: “Ogni volta che una persona si trova ad affrontare un’esperienza di questo genere con un gruppo di questo genere, rompe immediatamente i rapporti con la propria famiglia”. Lo ha letto sui libri della Singer, dev’essere pur vero……
Eppure di fronte a tutto ciò, il padre dice un’altra cosa. “Non c’è stato un momento esatto che ci siamo accorti che lui frequentava questa associazione. E’ stato lui a dirmelo. E’ stato lui a dirmelo circa un anno fa. Disse: papà, io frequento questa associazione”.
Il cambiamento è stato così drastico e repentino che non se n’erano accorti! Glielo ha dovuto confidare il figlio (certo evidentemente per irretirli e non per desiderio di condividere un’esperienza).
Non basta. La madre dice: “Io ho capito perché mio figlio aveva questo atteggiamento nei miei confronti, perché questa associazione dove lui purtroppo è stato trascinato, diciamo, applica un metodo, una teoria che si chiama della madre perversa e la teoria del pedofilo”.…La domanda che mi sale è: come può la madre aver “capito” quelle cose? Non aveva mai partecipato a un seminario. Il marito non si era accorto di nulla. Il figlio non gliene aveva parlato, come conferma il padre che dice “non sapevo di che cosa si trattava. Quando ho detto che cos’è, che cos’è? “E’ inutile che ti spiego …, vieni, vieni”. Quindi dove ha sentito parlare di teoria della madre perversa e del pedofilo? Evidentemente questa donna ha “capito” ciò le è stato spiegato. Possiamo domandarci da chi. E su che basi.
Come dice Pietro, è da vedere quali sono i cervelli lavati e da chi.

martedì 17 marzo 2009

Arkeon e la trasformazione

Post originario: commento su Sudorepioggia
http://sudorepioggia.wordpress.com/2009/03/13/questione-dei-figli/#comments

Avevo notato anch’io la parola di Risè “trasformazione”, che effettivamente è la “conversione” cristiana.Ciò che mi colpisce è come “la conversione del cuore” venga intesa da alcuni in senso transitivo (io converto il cuore) mentre il suo senso è intransitivo (il cuore si converte).Chi ha paura di cambiare teme di essere cambiato a forza, vede plagio dappertutto e finisce per essere lui a cercare di cambiare te, impedendoti di seguire la tua strada, giudicando le tue scelte, decidendo lei cosa è giusto e cosa no.Purtroppo questa paranoia personale, che richiederebbe tanto aiuto, è facilmente strumentalizzabile da chi vuole agire il controllo sulle cose per affermarsi. E fa vittime.

lunedì 16 marzo 2009

Arkéon e la patente di esperto

Post originario: su "Pietro Bono blogspot"
http://pietrobono.blogspot.com/2009/03/arkeon-e-la-patente-di-esperto.html

Dei tanti temi che tu sollevi, mi soffermo su uno: la “patente” di specialista che alcune persone hanno vantato per poter poi sostenere che Arkéon fosse una “psico-setta”.
E’ un tema rilevante perché tutta la vicenda nasce lì. Le decine di articoli che hai riportato non fanno che rimbalzare la stessa notizia originaria, con le stesse parole e senza mai verificare alcunché.
Le relazioni stesse della Digos non fanno che riportare asserzioni e terminologia certo non proprie della Digos ma da questa fatte proprie.
Il Codacons ha preso una posizione sulla base delle asserzioni della Tinelli. Le numerose trasmissioni TV su Arkéon hanno sempre chiamato come “esperta” la d.ssa Tinelli.
Si dirà “ma ci sono le testimonianze delle vittime”. Addirittura sarebbero centinaia. In effetti, premesso che le uniche identificabili in TV o sui forum sono sempre delle stesse tre persone, il punto non cambia: per la legge è un tribunale che valuta il valore delle testimonianze.
Qui un tribunale non c’è ancora ma c’è solo la procura di Bari. Di cui la d.ssa Tinelli vanta di essere consulente. Allora sarebbe interessante capire quali sono gli elementi che ha in mano la d.ssa Tinelli per trarre simili conclusioni. Da quello che si è visto finora, niente.
L’unico suo documento pubblico ad oggi sul caso Arkéon è la relazione al convegno della Fecris, nella quale si dice in sostanza “so cose terribili” che però non vengono dette. E nella quale spicca la perla della “Teoria del Padre Pedofilo”, che per un percorso intitolato “La Via del Padre” dovrebbe essere un ossimoro evidente persino alla Tinelli.
Se dopo addirittura dieci anni di indagini questa è l’attendibilità, auguri! Per concludere vorrei ricordare che sul merito di questa vicenda, purtroppo, nessun soggetto terzo può esprimere una parola “informata”: stava provando a farlo la Di Marzio quando le è stato impedito.
Tuttavia diverse persone note nell’ambiente della psicologia nazionale si sono espresse sulle modalità adottate dal Cesap, sulla solidità dei concetti teorici da questi propugnati, sulla sua credibilità. Parliamo di persone diverse per orientamenti e idee come DiMarzio, Martini, Introvigne, Aletti.
E’ curioso che di fronte all’ambiente dei pari la d.ssa Tinelli non abbia ritenuto di dare risposte documentate: ha preferito affidare le sue ragioni alla televisione, ai giornali, alla procura.
Ognuno giudichi da sé.

giovedì 12 marzo 2009

Arkéon e la libertà di cercare se stessi

Post originale: commento sul Blog di Risè
http://claudiorise.blogsome.com/2009/03/10/sanremo-e-gli-ex-gay/#comments

Voglio ringraziare anch’io il dr. Risè per le osservazioni contenute nel suo ultimo post e per il suo commento sulla vicenda di Arkéon. A quest’ultimo riguardo posso fare mia ogni singola parola degli interventi di Fioridarancio, Sudorepioggia e Pietro Bono.
Ci tengo in particolare a ribadire un concetto, che credo rilevante in questo dibattito. La libertà dell’individuo, e la responsabilità che la rende sostenibile, erano non solo il fine ma anche il metodo del lavoro di Arkéon, per come l’ho conosciuto in anni di frequentazione. Libertà che ci ha fatto incontrare durante i seminari persone omosessuali ed eterosessuali, cattolici e buddisti, gente “ordinaria” e gente “strana”, senza che questo fosse di ostacolo a nessuno, facendone anzi per ciascuno l’occasione per esplorare la propria vita.
Come lei ben dice, l’omosessualità era un argomento presente nei seminari, come altri del resto, ma non ne era certamente il fulcro. Colpisce, in questo senso, l’ossessività a tratti narcisistica con cui ALCUNI rappresentanti del mondo omosessuale insistano a volersi vedere attaccati e discriminati anche da chi non parla di loro. E colpisce soprattutto come non si voglia cogliere che la tutela della libertà di uno è la difesa della libertà di tutti: la libertà di cercare e scoprire per le vie più diverse la propria identità, quale essa sia. E il diritto di vedere rispettato il proprio travaglio e il proprio dolore in questo percorso, che è seme di amore comunque.

Credo sia esperienza comune l’incomprensione e a volte addirittura l’ostilità che lo sviluppo dell’identità individuale incontra nel proprio ambiente di riferimento, che da tale cambiamento si sente messo in discussione, posto davanti allo specchio: sembra quasi che l’evoluzione dell’identità individuale sia percepita come una minaccia per l’identità collettiva. Questa esperienza, che gli omosessuali conoscono bene, è la stessa umanissima esperienza che può aver vissuto il protagonista della canzone di Povia, così come qualunque figlio che esce di casa.

Ma questa esperienza può non concludersi nell’incomprensione e nell’ostilità. Nei seminari, come nelle nostre vite personali, abbiamo visto spesso come questa uscita sia il preludio al “ritorno del figliol prodigo”. E abbiamo visto molti padri e molte madri, consapevoli di aver a propria volta percorso quel cammino in apparente distanza dai propri padri e dalle proprie madri, attendere con fede che la ricerca del figlio si compisse, per ritrovarlo “uomo”. E in questa attesa, riannodare i fili della propria storia con i propri genitori e fratelli, riguardarsi allo specchio e ritrovare in se stessi i figli, i genitori, i nonni, in una storia che ci travalica e da cui ci lasciamo attraversare per farcene portatori.
Arkéon sosteneva questo percorso individuale.

lunedì 12 gennaio 2009

Arkeon, Allarme Scientology e il mondo anticult (4)

Pos originario: su Firs"
http://groups.google.it/group/free.it.religioni.scientology/browse_thread/thread/7f17d10cf4c3a52a/eccdfb10a5274158?hl=it&


Mi aspettavo che post come il mio ultimo o quelli di Pietro potessero apparire “fuori contesto”. Personalmente, tuttavia, ritengo che quanto sto cercando di sollevare sia molto meno astratto di quanto appaia ad alcuni. Per cui mi prenderò la libertà di insistere, cercando di essere più chiaro e meno “metaforico” se ci riesco.

Martini ha aperto questo thread per parlare delle ragioni della chiusura di AS.
Specificando che non hanno a che vedere con Scientology.
Che non hanno a che vedere con Gardini, Psiche, Sotgia, o altri
Chiarendo che il problema ha a che vedere con il mondo antisette italiano.

La soluzione a questo problema proposta da Articolo 21, in estrema sintesi, è:
"c'è solo da buttare fuori dal movimento anti-sette le persone poco serie - sulla base non di regole strane, ma di quelle della società civile -, iniziare ad accettare che salvo alcuni casi estremi e alcuni casi complessi (Scientology) questa emergenza sette non c'è. E poi rimboccarsi le maniche, studiare, e discutere. Ma finché la FECRIS non batte ciglio davanti a certi comportamenti - da espulsione immediata- finché certi comportamenti non sono
sanzionati, finché non si prendono alcune posizioni minime e conformi al mondo civile, è aria fritta"
.

In linea di principio sono d’accordo. E’ la soluzione istituzionale, quella dell’etica pubblica, della responsabilità. Ricordo che fu Pietro per primo a scrivere alla Fecris tentando questa via e chiedendo una sorta di arbitrato.
Purtroppo questa sì, allo stato dell’arte, mi sembra una soluzione piuttosto “metaforica”. Chi butta fuori chi? Il movimento antisette si è già espresso a maggioranza attraverso lo strumento del silenzio pubblico, isolando la DiMarzio e Martini fino a favorirne l’auto-allontanamento. Questo peraltro non è affatto un risultato imprevisto: già la famosa lettera di dimissioni inviata a suo tempo da Amitrani al GRIS (riportata da Martinez) indicava come le modalità di gestione interna adottate allora in quell’associazione avrebbero portato nel tempo ad un progressivo allontanamento delle figure più libere e valide, come in effetti è stato, segnando un modello poi ripetuto nello stesso Cesap, come già ricordato da Bono. Non stiamo quindi assistendo ad altro che al fruttificare di un seme posto anni fa, che cresce in un humus ben preciso e con una “scuola” ben precisa.

Ecco perché il mio interesse è nell'affiancare a questa via istituzionale un’altra via, che io chiamo individuale e che è l’oggetto di quanto sto provando a scrivere in questo NG.

Quando Ribelle mi chiede:"Davvero non vedi quanto cozzano le visioni personali di queste persone? Davvero non ti rendi conto di quanta influenza hanno le personali motivazioni esistenziali? E secondo te il casino su questo NG da COSA è saltato fuori?" rispondo che è proprio perché lo vedo e lo capisco che scrivo ciò che scrivo.
Com’è possibile che motivazioni e visioni personali blocchino UN INTERO AMBIENTE, incapace di darsi un’azione collettiva per riunire le forze e una rappresentanza collettiva non autoconflittuale? Com’è possibile che situazioni personali non trovino alcun argine collettivo, che non ci si sappia dare una soluzione istituzionale simile a quella di tanti altri (ordine, titoli, associazioni, etc..)? Davvero si crede che il problema sia la Tinelli e che basti “sbatterla fuori” per risolvere? E allora perché non avviene e invece ne nasce una lotta tra antisette dove “volano gli stracci”?
Secondo il mio modesto parere, il limite è in un approccio e una mentalità molto radicati in questo mondo, che – a dispetto del razionalismo spesso invocato - impedisce il dialogo e il cambiamento. E che consiste nel mettere sempre in discussione l’altro e mai se stesso. E’ il punto che tocca Ribelle60 quando dice che “lavare i panni sporchi insieme è praticamente impossibile. Questo richiede una disponibilità quasi totale a mettersi in discussione”.

Il racconto della DiMarzio è molto chiaro su come lei provò a porre delle domande all’interno del GRIS per comprendere e confrontarsi su cose che non condivideva, senza poi averne risposte. L’esperienza di Martini sembra molto simile. Il Cesap è ai ferri corti con l’Asaap e con il Cesap Friuli. La stessa Odivelli nei sui interventi commenti riportati sul blog della DiMarzio, pur mostrando una grande generosità nell’esporsi chiaramente e nel rompere un gelido muro di silenzio (cosa per la quale la stimo molto), mostra a mio modo di vedere un grande imbarazzo nel tenere il punto, rifugiandosi in risposte di metodo per non entrare nel merito.
La sensazione è che in questo mondo, come diceva bene Articolo21, si vive col terrore di essere “scavalcati a sinistra”. Il rischio di apparire un “settarolo” in un mondo di tanti ex “settaroli” è così alto che diventa pericolosissimo mostrare dubbi, quasi impossibile cambiare idea e dialogare con chi è generalmente considerato il nemico. Chi lo fa viene ripagato con l’isolamento e l’accusa di apostatsia.
E’ un mondo chiuso.

La Di Marzio ha pagato con l’isolamento l’aver posto dei dubbi, l’essersi mostrata possibilista in alcuni casi e come tale debole verso il male da abbattere. Ma credo che attraverso quell’isolamento abbia scoperto una via da uscita da quel mondo chiuso, si sia liberata di tanti pesi morti e abbia cominciato a lavorare ad un altro livello, con un altro spessore e anche con altre responsabilità. Quando parli con persone ad alto livello non puoi portare i fax della Digos, gli articoli di giornale o le trasmissioni tv scandalistiche, ma devi portare studio, approfondimento, risultati tangibili, validati da una comunità scientifica.

Personalmente, da quel che leggo (e mi perdoni se la tiro in ballo facendone una esegesi del pensiero non richiesta né autorizzata né probabilmente gradita), credo che Martini stia “dialogando” con questo silenzio, col costo e il dolore di lasciare quello che è stato il suo mondo per tanti anni e che oggi scopre averle chiesto tutto senza darle nulla, addirittura “tradendone lo spirito”, e stia cercando di capire se aldilà c’è altro, se fuori dal mondo chiuso c’è vita, se Introvigne è davvero il diavolo e (se anche fosse) se a volte non sia meglio parlare col diavolo e magari crescere sfidandolo piuttosto che rimanere piccoli ignorandolo e dialogando con la “perpetua”. E credo che non sia la sola a chiederselo.

E’ chiaro che affrontare queste domande vuol dire rivedere tutta la strada che ho fatto, riscoprendo errori commessi, aiuti maldati, pregiudizi gratuiti e proiezioni irrisolte, quello che Martini stessa ha chiamato “girare i cannoni i di 180 gradi senza aver smesso di sparare le stesse munizioni”.

Credo che i tasselli della DiMarzio, che certo non vogliono essere un contributo scientifico, siano invece un aiuto prezioso per chi – come forse Martini – si sta trovando a esplorare quel vuoto. Prezioso perché non spiega il giusto o lo sbagliato degli altri, ma espone le domande e le risposte che lei ha dovuto e saputo trovare per sé, rendendo accessibile a chi la cerchi una strada possibile e facendo sentire chi ha deciso di “diventare adulto” meno solo in questo passaggio. In Arkeon lo chiamavamo “mostrare la strada percorrendola”.

Io non credo che, con alcune eccezioni, le tante parti in causa in questa querelle siano in mala fede e da sbattere fuori da qualcosa. Credo che ci sia un livello molto alto di arroccamento su se stessi, di paura di cambiare, e un senso molto forte di isolamento ed abbandono che viene dall’ambiente per coloro che mostrano di cambiare. Come mostra, mi sia permesso, il diffuso fraintendimento della propria decisione che Martini ha lamentato da parte di questo forum che pure la conosce la ospita e la rispetta da anni.

Allora, per non essere metaforico: sto scrivendo a chi nel mondo antisette sente la carica distruttiva e autodistruttiva che tale mondo sta coltivando e gli equilibrismi vuoti che custodisce; che sente che forse non è per questo che ha lavorato e rischiato; li sto invitando a un atto di coraggio, a fare un passo avanti nel condividere il proprio dubbio, il proprio cambiamento, come ha fatto la DiMarzio, rischiando l’ostracismo; a provare a dialogare con i propri pari che abbiano una ricerca “integra”, anche se diversa e magari contrastante. Non in nome di Arkéon o di alcun altro gruppo, ma della propria scelta personale; a mettersi insieme; a creare la propria Fecris se quella attuale non ha la schiena dritta per assumersi il duro compito di curare se stessa; a non perdere tempo a sbattere fuori qualcuno, ma a prendere la propria strada facendo un lavoro pulito con chi lo vuol fare, lasciando le beghe di potere e visibilità a chi non ha di meglio.
Le persone e le istituzioni valuteranno da sole dov’è la qualità.

mercoledì 7 gennaio 2009

Arkeon, Allarme Scientology e il mondo anticult (3)

Post originario: su "Firs"
http://groups.google.it/group/free.it.religioni.scientology/browse_thread/thread/7f17d10cf4c3a52a/eccdfb10a5274158?hl=it&

On 8 Gen, 14:53, Enigma wrote: "rettifico con amarezza, vista la risposta che martini ha dato, credo non abbia capito nemmeno lei. ciao a tutti"

Cara Enigma. Credo di aver compreso ciò che vuoi dire. E, se posso permettermi, credo che anche Martini abbia capito. Immagino che non sia semplice entrare in un NG, trovarci un gran casino e sentircisi tirata in mezzo senza neanche capire perché e con quali responsabilità. Non è assolutamente questo il mio intento, non è a te che mi rivolgo anche se sono tue le parole che ho commentato. Le ho scelte perché credo diano voce a un pensiero che si muove nelle pance di molti che magari sono ben più addentro alle cose. Non è mia intenzione, per quello che può valere, giudicarti o respingerti. Ti ringrazio anzi per la franchezza con cui parli. Per cui ti prego ancora una volta di accettare le mie scuse e di non desistere dal partecipare a questo NG, come mi sembra di percepire dal tuo post.

Da queste premesse, posso e voglio tornare sul tema dei panni sporchi.
Osservando questo ambiente antisette, ho trovato quello che si trova in effetti ovunque: gente in conflitto, che cerca nel migliore dei casi di convincersi reciprocamente, nel peggiore di abbattersi. Questo vale per i settaroli quanto per gli antisette. In questo senso, la “razionalità” che vedo spesso invocata assomiglia tanto a “una tech superiore” :-). Con tutta questa razionalità, vedo i rappresentanti di una stessa “fazione” dividersi e confliggere su tutto. Vedere che gli anticult italiani del 2000 commettono gli stessi errori degli anticult americani dei ’90, che commettevano gli stessi errori degli inquisitori cattolici del 1200, mi conferma che la razionalità è un metodo che non cambia le persone che lo usano.
E allora i panni sporchi.
Non ci sono panni sporchi. Ci sono panni costosi da lavare. Dolorosi. Panni che a volte ci paiono mostruosi, inconfessabili. Ma non è così. I panni miei di solito sono molto simili ai tuoi, e quando anche sono diversi non sono per me più puliti di quanto i tuoi lo siano per te. Portiamo dentro lo stesso cruccio. Lavare i panni sporchi in famiglia, custodire con chi già lo conosce il mio segreto, lo rende ancora più inconfessabile, mi separa dagli altri che non lo condividono, mi fa arrossire ogni volta che il discorso sfiora quel tasto anche se gli altri non lo sanno. L’alternativa non è lavare i panni sporchi in piazza: il dolore e la vergogna richiedono amore. L’alternativa è lavare i panni sporchi INSIEME. Insieme con chi non li ha mai visti, ma a cui sento di poterli affidare. Magari con chi penso non possa capire ma possa comunque rispettare. Infine, se mi sento pronto e se vi trovo un senso, lavare i panni anche insieme a chi li ha sporcati, perché ciò restituisce la libertà tanto a me quanto all’altro. Se si condivide questo, si può forse condividere anche la possibilità di lavare i panni sporchi insieme a tutti i 7.000.000.000 di persone. Perché chi non lava i panni sporchi insieme continua a portarne dentro il dolore e spesso, se non è davvero un gigante di pietra, finisce per pretendere che siano gli altri a lavare i panni suoi. Fuori di metafora, vedere fuori di me tutto ciò che porto dentro di me. Proiettare.

Perché ho fatto qui tutto sto pippone? Perchè da quel che vedo, il mondo antisette è un mondo di ex (ex scientology, ex tdg, ex ….), che si fanno da sé, a volte con titoli a volte senza, ma che operano in un mondo delicatissimo al di fuori di “una scuola”. E in questo tipo di mondo, chi non ha un forte percorso personale alle spalle rischia facilmente di far danni. Tanti hanno detto di Arkéon che “a occuparsi dei vissuti personali si rischia di far danno”. Perché a occuparsi di sette no? Ma voi di Akeon non eravate psicoterapeuti. Perché gli antisette di solito lo sono?
Se guardo al mondo antisette nel suo complesso, non posso non notare come l’intransigenza, la ricerca della lotta e l’apriorismo intellettuale che manifesta all’esterno verso i “gruppi strani” sono gli stessi che manifesta all’interno verso i propri membri. Quale che sia il giudizio di ciascuno, è un fatto che la Tinelli è entrata in conflitto con la Radoani, la Caparesi, la Santovecchi, la DiMarzio e Martini; ma è un fatto che ci sono conflitti anche tra la Gardini e Matini, tra Sotgia e Martini. Con Introvigne non si parla, la Di Marzio ha cambiato idea, Martini è un’apostata. Per forza che poi con quelli di Arkéon non ci parla né l’ARIS né il GRIS né nessun altro. Davvero qualcuno non vede che c’è bisogno di lavare un po’ di panni in Danimarca?
Io credo che in questo ambito ci sia tanta improvvisazione, tanta presunzione e a volte anche un po’ di cattiva fede. Più meno com’era in Arkéon, direi :-) Ma mi chiedo perché - e lo dico molto sommessamente e con grande rispetto - chi è in buona fede non apra una discussione pubblica. Io sogno un bel dibattito in una stanza comunale con le persone di cui sopra, Introvigne, Aletti, Risè etc..etc..a parlare e condividere i problemi, i limiti e i diversi punti di vista di chi lavora in questo settore. E se questo non è possibile o non c’è la disponibilità di tutti, perché chi ha buona volontà non inizia in pubblico, con cautela ma anche con chiarezza, a raccontare i tanti segreti di pulcinella che agitano il mondo anticult. Offrire a se stessi e al mondo la trasparenza che si invoca da Scientology. Non lo si farebbe per un principio di giustizia. Non lo si farebbe neanche per gli altri. Lo si farebbe per se stessi.
A chi più ha, più sarà chiesto.