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sabato 17 aprile 2010

Arkeon, il Cesap e la Tinelli: bare, stracci e altre ossessioni

Il 16/04/2010 la d.ssa Tinelli pubblicava sulla home page del sito del Cesap una lettera aperta in chiedeva “pubblicamente alle tante strutture ricettive, come non abbiamo sentito le urla provienienti dalle stanze in cui i membri di Arkeon saggiavano le loro dinamiche. Come qualcuno non abbia notato il passaggio di bare, come nessuno dei dipendenti non abbia notato che membri di Arkeon salivano su un pulmanino vestiti di stracci per andare a chiedere l'elemosina in paesi vicini. Ci chiediamo davvero come le strutture ricettive non abbiano notato nulla di strano”.
Avendo io partecipato ai seminari cui si fa riferimento quando si parla “passaggio di bare” e di “pulmanini” di questuanti “vestiti di stracci”, credo di poter dire qualcosa sull’argomento, di più aderente alla realtà delle ossessive fantasie evocate da quell’articolo (per un approfondimento si veda l’ultimo post di Pietro Bono).

IL SEMINARIO SULLA CREATIVITA’
Partiamo dai questuanti vestiti di stracci. Il riferimento in questo caso è a un seminario residenziale di cinque giorni noto come “The business of you”, altrimenti noto come “Il seminario sulla creatività”. Partecipai una volta a questo intensivo, credo nell’agosto del 2003. Molti lo chiamavano “intensivo sul denaro”, ma a mio modo di vedere non era corretto: il lavoro aveva a che vedere col denaro più o meno quanto il sesso ha a che vedere con l’amore. Io ci andai per lavorare sulla mia creatività, personale e professionale, sul mio rapporto di apertura o chiusura con la vita. Mi fu molto utile.

Ad un certo punto del seminario fu proposto l’esercizio in questione. CHI VOLEVA (ripeto: chi voleva!) veniva invitato ad andare in uno dei paesini circostanti e a sedersi per chiedere l’elemosina da qualche parte per un po’ di tempo. Ciascuno era libero di decidere SE farlo, DOVE farlo, COME farlo e PER QUANTO farlo.

Ci fu suggerito di non metterci l’abito migliore, per essere almeno un po’ credibili, ma non c’era nessuno vestito di stracci: forse perchè nessuno aveva stracci; forse perché vuoi evitare di essere avvicinato dai Vigili; o forse solo perché non c’erano pazzi invasati ma persone che volevano fare un’esperienza di sé. Personalmente mi misi un paio di pantaloni da lavoro e una magliettina che avevo portato per il seminario (essendo agosto e lavorando all’aperto ci si sporca e si suda, quindi portavo sempre roba vecchia), più un paio di sandali di plastica che di solito usavo per la doccia: credo sembrassi trasandato più che straccione.

Non c’era alcun “pulmanino” (non era mica l’alpitour!), bensì ci dividemmo in gruppi da 4, abbastanza per potersi muovere in macchina ciascun gruppo verso un paesino diverso. Arrivati nel paesino, parcheggiavamo un po’ fuori e poi ci addentravamo a piedi verso il centro cercando un posto dove fermarsi.

Non conoscevo il paese, quindi non sapevo quale potesse essere un posto giusto. L’unica cosa che avevo chiaro è che volevo un posto con molto passaggio e lontano dagli altri: i questuanti lo fanno per avere più possibilità di raccogliere soldi; io lo facevo per avere più possibilità di non sfuggire a un’incontro che mi metteva a disagio. Scelsi un punto vicino all’ingresso di una chiesa e mi fermai. Pensai allo zingaro che ogni domenica mattina incontravo davanti alla chiesa della mia parrocchia. Era pomeriggio, la strada era affollata di macchine ma di pochi passanti, il cielo era nuvoloso e cupo.

La cosa più difficile fu fermarsi. Sedersi. Quello era i momento in cui diventava chiaro al mondo che io non ero un passante ma un mendicante. Con infinita fatica scesi a terra. Istintivamente scelsi di mettermi in sei-za (in ginocchio sulle caviglie) e non seduto a terra…forse per mantenere un senso di dignità. Misi il cappellino bianco da muratore che avevo per terra alla mia destra, per l’elemosina.

Prima di partire ci era stato suggerito di preparare un cartello su cui scrivere “la nostra richiesta al mondo”. Ciascuno aveva scelto cosa scriverci sopra strada facendo. Poggiato a terra il berretto mi decisi e scrissi “Ho Fame. Non ce la faccio da solo. Aiutatemi. Grazie”. Era il messaggio della mia paura, la voce interiore dei miei momenti più bui: la sensazione di non farcela da solo…e la vergogna di chiedere aiuto. Volevo andare dentro a questa paura, ero lì per quello. Tenni il biglietto in mano per alcuni istanti, guardandolo per sentirne l’effetto, e quindi lo appoggiai dietro il berretto dell’elemosina, ben visibile.

Per alcuni minuti (saranno stati una decina) non passò nessuno a piedi, solo rapidi automobilisti che in molti casi nemmeno mi notavano. Poi arrivò la prima persona. Nel quaderno che stesi in serata appuntai quanto segue:
“La prima persona è stata una signora dell’età di mia madre o poco più, come molte, che mi ha dato qualche spiccio senza guardarmi o parlarmi. Poi è venuta altra gente: uomini dall’aria di padri feriti, madri silenziose, bimbi e bimbe, nonni e nonne. Un mio coetaneo mi ha dato 5 euro dicendomi “Ciao….mi spiace che tu stia così!”. Una signora di 40 anni, allegra, mi ha sorriso, mi ha dato 5 euro e mi ha detto “Vai a ripararti, che tra poco piove”. Molti ragazzi e coetanei mi guardavano con rabbia e minaccia, ho rivissuto il tempo in cui da bambino alcuni teppisti mi volevano picchiare senza conoscermi: era quella mia aria da chi si tira indietro.
Ad un certo punto accostò un’auto, ne scesero due ragazzi di 35 anni che mi portarono pochi centesimi, ridendo. Da lontano quello che doveva essere loro padre si sbraccia dal finestrino dell’auto e gli grida arrabbiato “Ma che fate? Non si fa così!”… e gli dà 5 euro da portarmi. Alla fine sono passati i vigili a chiedermi da dove venivo. “Sono di passaggio” ho risposto e se ne sono andati”.

Dopo circa un'ora avevo raccolto 65 euro, che destinai in chiesa a ciò per cui mi erano stati dati: aiutare qualcuno in difficoltà.

Questa è stata la mia esperienza, e cosa abbia significato per me è evidentemente affare mio. Altri l’hanno vissuta diversamente. Dei miei tre compagni uno mi raccontò che andava incontro alle persone per farle sentire in colpa e aumentare la probabilità di donazione. Un altro – che era vestito come un rappresentante alla fiera – mi disse di essersi messo di fronte a un ipermercato per far finta di essere uno che aspettava qualcosa e di aver chiesto l’elemosina solo a una persona – che gli era sembrata quella giusta – spiegandogli che non era proprio per l’elemosina ma che non gli poteva spiegare e poi se n’era andato. Insomma, ognuno ha fatto qualcosa di totalmente diverso, nelle forme e nel significato, ma soprattutto ha fatto quello che sentiva suo.

IL SEMINARIO SULLA MORTE
L’altro riferimento – quello al passaggio di bare – rimanda ad un altro seminario residenziale, il cosiddetto “I’m living honouring my death” volgarmente noto come “Seminario sulla morte”. Questo seminario sembra rappresentare l’ossessione di molti foristi del Cesap, perché – essendo stato l’ultimo seminario introdotto – nessuno di loro ha mai avuto modo a loro detta di parteciparvi. Per questo a diverse riprese in questi anni si sono sollecitati vicendevolmente affinché qualcuno raccontasse cosa accadeva in questi seminari, che dal nome stesso dovevano certamente essere turpissimi e macabrissimi.

Ho avuto la fortuna di partecipare anche a questo seminario, nell’aprile 2005 . Mi spiace deludere subito i lettori, ma non racconterò granché del seminario, perché non saprei farlo. Mi soffermo solo sull’aspetto richiamato dai nostri amici del Cesap (le bare in processione), che come al solito confondono l’atto col significato.

Durante il seminario si cercava di immaginare – per quanto sia possibile – di essere in procinto della propria morte, per raccogliere il senso ultimo dei propri atti, della propria esistenza e più semplicemente del vivere. Ad un certo punto del seminario, si celebrava ritualmente la propria morte. Togliendo la pietra che ci rappresentava dal più ampio cerchio della vita. E andando a costruire una tomba sotto il proprio albero.

Non c’era nessuna bara. E nessuna processione. Mi viene da ridere pensando alla Tinelli che fantastica di inesistenti processioni di inesistenti bare: se uno prova anche solo a pensarci, come potrebbe immaginare una roba simile? con cosa la faccio, la bara? e verso cosa sarebbe stata organizzata la fantomatica processione? è possibile non rendersi conto di quanto sia grottesco e ridicolo immaginare una cosa simile?
C’erano invece tombe, ciascuno costruiva la propria, ed erano ovviamente tombe simboliche. Si mettevano alcune pietre sotto il proprio albero a segnare il perimetro di una fossa ideale e magari si metteva in cima qualche pietra impilata a mò di lapide, con una propria foto. Lo scopo non era scavare fosse e fare edilizia funebre, ma meditare sul senso della vita attraverso un’azione rituale.
Devo dire che la ridicola fantasia della Tinelli mi ha fatto ripensare con ilarità alla varietà di modi in cui tanti miei amici nello stesso seminario intesero quell’atto simbolico e rituale. Chi si limitò a mettere un sassetto e una foto (se dev’essere simbolico, meglio non perdere tempo con inutili attività materiali che potrebbero affaticarmi!). Chi scoprì l’anima dello speculatore edilizio, edificando una tomba agile e moderna con una serie di coppi avanzati, facili da mettere e togliere e igienici da mantenere. E chi infine entrò compiutamente nel senso drammatico e profondo del simbolo, dedicandosi alla costruzione di una specie di piramide di Cheope, ammassando da tutto il campo di ulivi strati di pietroni da dieci chili l’uno fino a mezzo metro d’altrezza. E come ridevano quelli che – avendo già finito perché aveva fatto una tombetta prefabbricata - sapevano che alla fine della cerimonia la tomba andava ovviamente smontata rimettendo tutto al suo posto originario!
Quello che io mi portai a casa da quel seminario bislacco, nel quale ho riso più che in tutti gli altri seminari, è riassunto in una paginetta che scrissi quella sera su quella tomba e che ho ritrovato oggi, in un momento particolare della mia vita, cercando materiale per questo post (e per questo posso ringraziare la Tinelli).
“Caro Cosimo,
sei morto poche ore fa. La tua tomba giace nel campo vecchio degli ulivi, a Ostini, la tua pietra è uscita dal cerchio della vita e sta tra quelle degli antenati. Io osservo tutto questo, seduto sulle radici del tuo albero…ed perfetto. Io sono la tua anima.
Provo tenerezza nel ringraziarti per la tua vita, per la tenacia e l’impegno con cui hai cercato di vivere: ora posso dirlo, non hai quasi mai vissuto. Non sapevi che tutto è presente da sempre, che l’unico sforzo necessario è arrendersi. Tu combattevi.
Credevi che il padre potesse non amare il figlio, ti sei odiato con tanto odio quanto amore hai ricevuto, ti sei fatto carnefice di te stesso per non dare a nessun altro il potere di ferirti ancora, per non lasciare uscire quel gemito che si chiama amore e che sentivi ti avrebbe frantumato. Lo ha fatto! E ti onoro per averlo permesso, quando hai riconosciuto in Lorena l’unica spada che poteva ucciderti e non ti sei difeso.
Ti perdono per non aver amato il tuo corpo, per aver avuto paura degli uomini, per la tua rinuncia. Hai fatto tutto ciò che potevi, anche quando era sbagliato.
Ti ringrazio per la tua fede, che pure non conoscevi, e perché nella resistenza hai comunque saputo leggere i segni e seguirli.
Mio compagno, amico e maestro”.

Leggendo la distanza tra la semplicità di quell'esperienza (addirittura naif) e la ossessiva capacità di immaginare oscuri quanto imporbabili misteri, non riesco a non ripensare a quanto sia vero ciò che ha scritto Carlo Lucarelli nella prefazione al bel libro sul caso Dimitri (Bambini di Satana, di Antonella Beccaria):

“Tanta gente, a livello di convinzione personale, ha creduto immediatamente e quasi istintivamente all’esistenza a Bologna di una setta satanica con comportamenti criminali efferatissimi che arrivavano fino all’omicidio rituale. Attenzione, non è l’ipotesi in sé che mi colpisce, certe cose da qualche parte accadono veramente e quindi possono anche essere prese in considerazione. È il fatto che tutta questa ipotesi fosse basata, come è stato riconosciuto, su niente. Assolutamente niente. Eppure per tanto tempo siamo stati convinti, di più, affascinati da una storia del genere.
Ecco, affascinati è la parola giusta. Io per primo (…) Vedi che ci sono, sembravano dire i particolari che di volta in volta emergevano sui giornali, vedi che abbiamo ragione a pensare male, vedi che queste cose da film esistono davvero? E invece no, non era vero. Non a Bologna, non per i Bambini di Satana e per non Marco Dimitri.
È anche su questo morboso e deviante fascino del male che questo libro fa riflettere. Su quell’ansiosa eccitazione che ci fa correre ai giornali tutte le volte che leggiamo quella parola, satanico, quasi fossimo assurdamente desiderosi di vedere avverati i nostri peggiori timori, invece di chiederci che cosa significhi esattamente quella parola, su cosa si basi concretamente il diritto di evocarla, e di pretendere correttezza e professionalità da chi la usa”

lunedì 27 luglio 2009

Arkeon e il giornalismo famelico (3)

Continuo il triste aggiornamento di questa micro-rubrica.

Di recente sono usciti due articoli, riportati sul sito del Cesap, uno su Virgilio e uno sulla Gazzetta del mezzogiorno, entrambi relativi alla chiusura, da parte del PM milanese Polizzi, delle indagini a carico di A.M., il maestro milanese di Arkeon accusato di violenza sessuale.

La prima cosa curiosa è che la chiusura di un’indagine non è una notizia: un’indagine che si apre prima poi si chiude. Al più siamo all’aggiornamento.

In effetti l’articolo non parla di questa “non notizia”, ma la usa solo per ripetere il solito mantra di Arkeon, delle accuse su Arkeon etc etc..col paradosso che gli stessi articoli ricordano che la posizione del maestro in questione è stata stralciata dall’indagine su Arkeon a Bari perché diversi sono gli accusati, le accuse, i tempi e i testimoni….cioè perché sono due cose che non c’entrano nulla l’una con l’altra. E quindi non si capisce bene “che c’azzecchino” direbbe qualcuno.

In che modo c’azzecchino come al solito è reso chiaro dai titoli. Nel primo caso è “Lombardia/ Sesso per "guarigioni",chiusa inchiesta su psico-setta”, che stabilisce il netto tra l’accusa di crimini sessuali e Arkeon che il testo stesso smentisce quando dice che la posizione dell’accusato è stralciata dal caso Arkeon. Ma soprattutto il secondo, che titola “Il progetto della setta:violentarle per guarirle”; che attribuisce alla setta non solo la colpa ma addirittura il progetto…salvo appunto dire che il reato è stato stralciato perché non riguarda la setta.

Senza parole.

lunedì 13 luglio 2009

Arkeon e il dialogo con gli antisette (2)

Post originale sul Blog di Raffaella Di Marzio:
https://www.blogger.com/comment.g?blogID=4879438425670707462&postID=2634852493102164432&page=1

Come dicevo già altrove, quando si parla di sette (o presunte tali) spesso sembra non considerarsi la differenza tra “colpa” e “dolo”, cioè il caso che il comportamento di un gruppo settario (o presunto tale) possa avere risvolti negativi ma non intenzioni negative. Considerare questa ipotesi – oltre che essere segno di civiltà umana e giuridica - avrebbe due importanti conseguenze.

1. Riporterebbe le diverse questioni criminali e comportamentali nei rispettivi diversi ambiti di competenza (giuridico e sociologico/psicologico): ai tribunale valutare se ci sia o meno reato e – se sì – se ci sia colpa o dolo; allo psicologo/sociologo valutare le ragioni delle scelte di chi entra in una setta e le modalità di comportamento della setta stessa. Non serve uno psicologo per occuparsi di truffa e fa un cattivo servizio al cliente, al tribunale e alla propria categoria lo psicologo che si mette a fare il criminologo confondendo i due piani. Suo compito dovrebbe invece essere la comprensione dei motivi e delle dinamiche che portano un individuo a cercare la setta e che portano il gruppo a strutturarsi e ad agire come setta, magari partendo da intuizioni o intenzioni non criminali.

2. Conseguenza immediata è che ciò concentrerebbe l’attenzione psicologo/sociologo sull’aiuto delle persone e non sul giudicarle. Se c’è una setta (o anche se non c’è ma ci sono sofferenze legate al gruppo) c’è un grande bisogno di aiuto, nella forma dell’ascolto e della ricomposizione: eventuali reati vanno invece segnalati e affidati alla magistratura. Tale aiuto andrebbe esercitato certamente per i fuoriusciti, ma anche se non soprattutto per quelli che restano dentro nonché per il gruppo stesso nel suo complesso, esistendo la concreta possibilità che un gruppo si sia avvitato inconsapevolmente in dolorose o quantomeno sterili modalità settarie. Un esplicito invito al dialogo su “possibili problemi nel gruppo” e al confronto con gli ex membri rivolto al gruppo stesso da associazioni di ascolto aiuterebbe anche a chiarire da subito se siamo di fronte: a) a gruppi innoqui con ex membri esaltati; b) a gruppi con modalità potenzialmente critiche; c) a vere e proprie sette, pericolose ma non criminali; d) a gruppi criminali che sfruttano la copertura della setta.

Viceversa ciò cui si assiste è una incomprensibile distinzione "buoni - cattivi": buono è il membro di una setta (o di una presunta setta) fuoriuscito e critico, cattivo è il membro non fuoriuscito o non critico. Non c’è la possibilità che una persona cerchi nella setta la risposta a domande esistenziali autentiche, al di là del fatto che la setta (o presunta tale) possa essere il luogo adatto ove cercarle. Detto altrimenti, per chi non rinnega la setta c’è nel migliore dei casi la tolleranza che si ha per i peccatori, nella speranza che prima o poi si ravveda. Non c’è alcun riconoscimento della dignità umana del soggetto e delle sue idee. E rispetto alla setta non viene concepita la possibilità che evolva: essa deve essere semplcimente cancellata.

Laddove sussista questa modalità – e sembra sussistere spesso – non stupisce che questa si applichi anche alle stesse relazioni tra studiosi e associazioni antisette, dove il dibattito non è più su cosa e setta ma sul come si sia antisette e sul quanto lo si sia, fino a che chi non è con me è contro di me, fino a creare schieramenti ideologici tra puristi dell’antisette e apostati, dove ciascuno schieramento si sclerotizza e si difende dietro i propri studiosi e le proprie teorie di riferimento, nella completa incapacità di apprendere nuove teorie, di sperimentare sul campo, in definitiva di evolvere.

Sarebbe già un bel salto se tali gruppi riuscissero a definirsi, a percepirsi e ad essere percepiti non come “associazioni antisette”, ma come “gruppi di aiuto” o meglio ancora come “gruppi di ascolto”.

n.b. Un chiarimento. Insisto sulla differenza tra colpa e dolo perché credo metta in luce le chiusure e le contraddizioni di un approccio criminologico, colpevolista, non psicologico e in definitiva prevenuto. Purtroppo più spesso, da quanto stanno sperimentando le persone di Arkeon e da quanto leggo in rete, la questione non è di colpa o dolo nelle presunte sette, ma più banalmente di clamorose cantonate prese da gruppi antisette e magistratura, preda di incompetenza e ottusità. Quando si sarà finito di occuparsi dei problemi dei gruppi antisette, forse si potrà cominciare ad occuparsi dei problemi legati alle sette.

mercoledì 1 luglio 2009

Arkeon e il giornalismo famelico (2)

Vorrei prendere spunto da un nuovo articolo di stampa per una riflessione un pochino più ampia.

Già nel mio ultimo post richiamavo due articoli pubblicati recentemente da
Nasso su Cronoaca Qui e da Nardecchia sull’Espresso, relativi alla notizia della richiesta di rinvio a giudizio di un maestro milanese di Arkeon, A.M., per l’accusa di violenza sessuale. Accusa che ha dato luogo allo stralcio della posizione di A.M. dal procedimento in corso rispetto agli altri 11 indagati di Arkeon cui un simile addebito non è rivolto.

Ci si poteva aspettare che questa notizia aiutasse almeno a chiarire un fatto: che il reato di violenza sessuale riguardava solo questa persona e non – come si è voluto far credere – tutti gli indagati o addirittura il metodo in quanto tale. Invece è stato da subito chiaro che ciò sarebbe stato utilizzato non per chiarire ma per gettare altra confusione, per dare a intendere quello che non è, per fare ulteriormente del male a perfetti innocenti.

Puntuale è arrivato l’ennesimo articolo “dalla schiena dritta” pubblicato l’altroieri - 29 giugno 2009 –sulla Gazzetta del Mezzogiorno e qui di seguito riportato.

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L'INCHIESTA “ARKEON”
Violenza sessuale indagato barese «maestro» della setta
Uno dei maestri della presunta «psico-setta» fondata a Bari e che utilizza la cosiddetta fIlosofia «Arkeon», è accusato di aver abusato sessualmente di due allieve.
Antonio M., 67anni. è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Milano che si è avvalsa della maxi inchiesta della Procura di Bari. Lo scorso gennaio il pm barese Francesco Bretone ha richiesto il rinvio a giudizio per 11 indagati, compreso Antonio M.

DALLA PROCURA DI MILANO INDAGATO IL BARESE ANTONIO MORELLO. A CAPO DELLA CONGREGA CI SAREBBE VITO MOCCIA, DI NOICATTARO
Setta Arkeon, il gran maestro sotto inchiesta per violenza sessuale

E lo chiamavano «gran maestro». È accusato di aver abusato sessualmente di due sue allieve uno dei «guaritori» e maestri spirituali della presunta psico-setta, che alcuni definiscono come un gruppo di sostegno psicologico noto come «Arkeon» dal nome del metodo di analisi e introspezione ideato dal suo fondatore Vito Carlo Moccia, 58anni di Noicattaro, già sotto inchiesta.
Antonio Morello, 68anni, barese trapiantato a Milano, è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Milano che ipotizza a suo carico il reato di violenza sessuale. La posizione dell'uomo è stata stralciata dall'inchiesta più ampia della Procura di Bari.

Lo scorso gennaio il pubblico ministero Francesco Bretone, titolare della indagine, ha chiesto il rinvio a giudizio per undici promotori del «metodo Arkeon». Dalle indagini preliminari - secondo gli investigatori – sarebbe emerso il profilo di una sorta di «psico-setta»che, utilizzando tecniche vagamente ispirate alla filosofia orientali del Reiki, in dieci anni sarebbe riuscita a mettere insieme 10 mila adepti in tutta Italia e a truffare molte persone, obbligandole a partecipare a costosi seminari per guarire da tumori, aids o infertilità, oppure da problemi spirituali.
I reati contestati: associazione per delinquere, truffa, esercizio abusivo della professione medica, violenza privata, maltrattamenti di minori e incapacità procurata da violenza. Secondo l'accusa, a capo della presunta «psico-setta» come abbiamo già detto, ci sarebbe stato Vito Carlo Moccia che affermava di essere psicologo ma non ne aveva i titoli. I fatti coprono un arco temporale di quasi dieci anni, compreso tra il 1999 e il 2008.
Gli elementi raccolti dagli investigatori della Digos di Bari, guidati dati da Stanislao Schimera, hanno consentito di individuare delle responsabilità anche a carico di Morello nei cui confronti il pm milanese Giovanni Polizzi vaglierà le ipotesi di violenza sessuale per due episodi che si sarebbero verificati con le stesse modalità a casa dell'indagato tra il 1999 e il 2002.
Stando alla ricostruzione dell'accusa, l'uomo condizionando psicologicamente le sue vittime con la falsa autorità derivante dalla qualifica di «maestro» all'interno della setta, le avrebbe convinte di essere state da bambine vittime di pedofilia e che per superare il trauma dovevano sottoporsi a una terapia particolare. Quindi, con l'aggravante di aver abusato della loro condizione di inferiorità fisica, le avrebbe costrette a subire atti sessuali. In un'altra occasione, si leggeva nella richiesta di custodia cautelare avanzata a suo tempo a Bari, l'uomo si sarebbe reso responsabile anche di un «abuso di gruppo».
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Il dato più evidente è che il nostro nuovo autore si esprime in un grande esercizio di modestia e umiltà professionale, mostrando di ripetere il verbo già ricevuto da chi è venuto prima di lui (Nasso e Nardecchia appunto). I quali, va da sé, non sono che il penultimo anello di una catena di ripetizione "ovina" che prosegue ininterrotta dal 2007 secondo una tradizione di fedeltà orale e scritta che nemmeno il popolo di Israele.

Così se l’articolista della Gazzetta recita:
“A Milano il collega Giovanni Polizzi invece vaglierà le ipotesi di violenza sessuale contestate ad Antonio Morello, classe 1942. Due episodi che si sarebbero verificati con le stesse modalità a casa dell'indagato tra il 1999 e il 2002.”,
il collega Nasso di Cronaca Qui recitava:
“Giovanni Polizzi vaglierà le ipotesi di violenza sessuale per due episodi che si sarebbero verificati con le stesse modalità a casa dell'indagato tra il 1999 e il 2002”.

E di nuovo, mentre il primo dice:
“Condizionando psicologicamente le sue vittime con la falsa autorità derivante dalla qualifica di “maestro” all'interno della setta, le avrebbe convinte di essere state da bambine vittime di pedofilia e che per superare il trauma dovevano sottoporsi a una terapia particolare. Quindi, con l'aggravante di aver abusato della loro condizione di inferiorità fisica, le avrebbe costrette a subire atti sessuali. In un'altra occasione, si leggeva nella richiesta di custodia cautelare avanzata a suo tempo a Bari, l'uomo si sarebbe reso responsabile anche di uno stupro di gruppo.”
il secondo diceva :
“Stando alla ricostruzione dell'accusa, l'uomo condizionando psicologicamente le sue vittime con la falsa autorità derivante dalla qualifica di «maestro» all'interno della setta, le avrebbe convinte di essere state da bambine vittime di pedofilia e che per superare il trauma dovevano sottoporsi a una terapia particolare. Quindi, con l'aggravante di aver abusato della loro condizione di inferiorità fisica, le avrebbe costrette a subire atti sessuali. In un'altra occasione, si leggeva nella richiesta di custodia cautelare avanzata a suo tempo a Bari, l'uomo si sarebbe reso responsabile anche di un «abuso di gruppo».

E ancora se il primo dice:
“una sorta di «psico-setta»che, utilizzando tecniche vagamente ispirate alla filosofia orientali del Reiki, in dieci anni sarebbe riuscita a mettere insieme 10 mila adepti in tutta Italia e a truffare molte persone, obbligandole a partecipare a costosi seminari per guarire da tumori, aids o infertilità, oppure da problemi spirituali"
il buon Nardecchia sull’Espresso diceva:
"Si tratta, secondo gli investigatori, di una sorta di psico-setta che, utilizzando tecniche vagamente ispirate alle filosofie orientali, in dieci anni sarebbe riuscita a raccogliere qualcosa come diecimila adepti in tutta Italia e a truffare molte persone, obbligandole a partecipare a costosi seminari dicendo loro che sarebbero guarite da malattie molto gravi oppure da asseriti problemi di natura spirituale"

Ciò detto, ciascuno ama aggiungere del suo all’infinita catena, in una sorta di telefono senza fili in cui le bestialità si moltiplicano e le imprecisioni trionfano. In questo caso ciò che trionfa non è la distorsione dei fatti, ma la confusione della loro attribuzione, in un articolo che sembra fatto per esporre il fondatore di Arkeon e accusarlo di reati che nemmeno il PM (bontà sua) gli attribuisce.
Che dire, infatti, di un articolo che nel titolo dice di voler parlare dell’accusa di "violenza sessuale a carico del barese «maestro» della setta" mentre in effetti per circa metà dell’articolo parla del fondatore di Arkeon, che di tali crimini non è accusato? Un banale conto dimostra che a fronte di 5 citazioni del nome dell’accusato e di circa 277 parole a lui dedicate, il nome del fondatore di Moccia viene citato 3 volte, di cui una addirittura nel titolo interno e riportandone nel titolo la residenza, e dedicandogli 220 parole. L’effetto è che nell’articolo sulla violenza sessuale commessa da un maestro barese si parla del fondatore di Arkeon, che pure è barese ma non ha commesso tale crimine. Ognuno valuti a quale dote o motivazione dell’articolista attribuire questo esito.

C’è poi il classico sciocchezzario di questi articoli. Dal titolo del trafiletto di apertura, che mette tra virgolette non il termine setta (che esprime una valutazione della Tinelli, che peraltro lei stessa nega di aver espresso…se non che è registrata in TV) bensì il termine maestro, che può essere discutibile quanto pare ma era il nome con cui erano ufficialmente indicati gli insegnanti di Arekon.
Sempre nel trafiletto di apertura si parla di “maxi inchiesta della Procura di Bari”, con una sproporzione evidente quanto infantile (le maxi inchieste sono quelle sulla mafia, per capirci o sui traffici di droga internazionali).
Segue il sottotitolo dell’articolo interno che parla di “Gran maestro” accusato di violenza sessuale e la frase “E lo chiamavano «gran maestro»”…ma lo chiamava “gran maestro” chi?? ma questi sono viaggi mentali del giornalista o di chi gli ha raccontato delle pietose balle.

Purtroppo nulla di nuovo sul fronte occidentale. Se non due conferme: l’obiettivo non è sanzionare un reato ma distruggere un movimento (Arkeon) e una persona (il suo fondatore); e nessuno è interessato a conoscere la verità né è disposto a un confronto pubblico.

Lo dimostra il fatto che si continuano a pubblicare articoli sulla "setta del sesso", nonostante sia ormai chiaro che dei reati di violenza è accusato A.M. e nessun altro maestro di Arkeon: del resto la stessa testimone pescarese, onnipresente su giornali e TV, pur avendo conosciuto di persona solo quel maestro continua a parlare di Arkeon e dei suoi maestri, neanche li conoscesse.

Lo dimostra il fatto che – come recentemente scritto sul sito del
Caso Arkeon da due persone – alcuni indagati non hanno mai ricevuto una formale contestazione delle accuse loro mosse (manco nel “Processo” di Kafka) e la validissima d.ssa Tinelli e la sua squadra hanno ritenuto di segnalare alla Polizia dei casi sospetti senza nemmeno sprecarsi a fare una verifica preventiva dei fatti con i diretti interessati, verifica che avrebbe evitato di riferire delle emerite corbellerie coinvolgendo innocenti e facendo perdere tempo alla polizia.

Lo dimostra che in questi due anni gli articoli sono stati ripubblicati – come evidenziato prima - trattando sempre “gli informatori” come si fa con i francobolli (a ciascuno capire cosa intendo) e senza che mai nessuno di Arkeon, nemmeno le persone citate, venisse contattata per un parere o una smentita.

Lo dimostrerebbe da ultimo il fatto che - a quanto pare - alcuni dei testimoni “contro” abbiano richiesto al PM misure contro dei perfetti signori nessuno come me o Pietro Bono per far chiudere i nostri blog, nonostante le indagini siano chiuse, nonostante portiamo fonti e riferimenti dei fatti che citiamo e li distinguiamo dalle nostre opinioni (che sono libere, vivaddio) e nonostante il fatto che da tre anni essi parlano in tv, sui giornali e in rete, anche ad indagini in corso.

Il punto da chiarire è che qui – nelle intenzioni di costoro – sotto accusa non sono persone specifiche per fatti specifici, ma è un metodo in quanto tale e i suoi interpreti per le loro idee. Come conferma lo storico post della testimone pescarese sul sito del Cesap che nel
post “Re:Scoperta 'psico setta' a Bari, denunce e sequestro - 2007/10/17 05:01” affermava quanto segue:

“Era ora.Quanto tempo, quante lacrime, quanta pazienza.Quanto coraggio nello scegliere di non tacere come tutti gli altri.Quanta fatica nel contrastare gli attacchi di chi voleva solo intimidire gli onesti con denunce e citazioni.Quanta faticosa sopportazione per la spavalderia di quanti si sentivano intoccabili.Dove siete adesso maestri, insegnanti e fedelissimi organizzatori?Tremate perché i vostri nomi, orgogliosamente sbandierati nelle vostre lotte gerarchiche per guadagnare soldi e potere, ora li ha qualcuno che può decidere la vostra sorte?Cosa si prova ad immaginare di non poter più scegliere i propri compagni di vita? Per me l'ha deciso il "maestro", per voi potrebbe deciderlo il giudice. Magari vi state chiedendo che compagnia possa essere quella di tanti bei detenuti da illuminare... provate a parlare a loro di "processi" irrisolti con padre e madre.Provate a convincerli di poter comandare gli eventi a distanza, magari potrete far viaggiare le sigarette da cella a cella attraverso le sbarre.C'eravate tutti, non solo quei sei indagati.Facevate parte dell'associazione, no? A delinquere, a quanto pare.Voi che nascondevate le vostre nefandezze dietro la Verità, è dalla verità che sarete scoperti nel vostro fare altrettanto colpevole e complice.La vita è strana, presenta sempre il conto e ora tocca a voi.Io ho sentito tutti i sentimenti possibili, grazie a voi: sgomento, dolore, rabbia, impoenza, solitudine e sconforto mentre assistevate i due maestri che implacabili distruggevano la mia famiglia e provavano a distruggere, invano, anche me e il mio equilibrio, la mia forza, la mia dignità. Proverete paura e solitudine quando in questura voi, e non il vostro grande Vito, dovrete fornire generalità e tutto sarà messo a verbale. Lui non vi tirerà fuori dai guai: sentito cosa dice il suo avvocato? Siete voi che avete fatto i cattivi, lui non c'entra e si dissocia.Io spero che invece c'entri, in galera, insieme a quanti di voi l'hanno supportato e sostenuto in questi anni nel tentativo di emularlo. Siete in tanti lo sappiamo bene. Sono noti nomi e cognomi, date di nascita e indirizzi. Le Procure forse vi manderanno gli auguri di compleanno.Forse iniziare a collaborare renderà gli inquirenti più clementi.Forse i vostri processi non li avete ancora risolti, ma non era per questo che facevate i seminari?A questo punto credo che Arkeon non funzioni molto bene.”

Questa persona è collaboratrice del Cesap ed è la presidente del comitato famiglie vittime di arkeon.


lunedì 31 marzo 2008

Chi dice che Arkéon è una setta?

Post originario: su "Firs"
http://groups.google.it/group/free.it.religioni.scientology/browse_frm/thread/399db0c8eb9eb73e

Intervengo in questa discussione perché, come frequentatore di Arkéon, vorrei aggiungere un elemento che mi sembra mancante nel vostro dibattito: l'oggetto.
Quando Ignis dice "il problema è che non si capisce chi sono le parti in guerra.. cioè chi davvero appoggia arkeon? ed è legittimo appoggiarlo?" secondo me mette il dito in una piaga molto grossa: cioè che è difficile capire il senso di questa storia paradossale se non si sa nulla dell'oggetto scatenante Arkéon.
La strana guerra "tra due fronti che dovrebbero stare dalla stessa parte" (la lotta alle sette) diventa meno strana se si immagina per un attimo che l'oggetto della lotta non sia affatto una setta, che anzi la lotta riguardi il giudizio - controverso - su un gruppo, che alcuni ritengono una setta e altri no.
Non voglio qui convincervi di nulla. Mi limito a segnalarvi che l'idea che voi, così come molti altri, potete farvi di Arkéon in questo momento è basata solo sul contenuto del forum del Cesap, il cui orientamento credo sia lecito poter mettere in discussione e le cui testimonianze non sono state ancora giudicate in un processo. Qualcosa potrete trovare forse su altri forum come http://www.aduc.it/dyn/dilatua/dila_mostra.php?id=155444 o http://www.02blog.it/post/2025/l’adepta-di-una-psico-setta-si..., dove tuttavia la violenza della discussione ha rapidamente selezionato su entrambi i fronti i foristi più partigiani e "assatanati" (con eccezioni). Una fonte diversa era ovviamente il sito di Arkéon, che però è oscurato. Un'altra era il forum della d.ssa DiMarzio, sul quale pure erano riportate anche testimonianze critiche e contenenti accuse piuttosto gravi nei confronti di Arkéon, ma che adesso è anch'esso chiuso.
Mi sembra che la d.ssa DiMarzio - questa è ovviamente una mia valutazione - stia pagando l'aver accettato di dialogare con ENTRAMBE le parti, per farsi un'idea completa e non precostituita nè in un senso nè nell'altro.
Mi sembra che la chiusura del suo sito e l'inizio di un procedimento di indagine nei suoi confronti suoni come una campana a morto sulla possibilità per ciascuno di voi di potersi fare un'idea diretta e non riportata delle cose: chi avrà il "gusto" di aprire un altro forum sul tema, se non a patto di parlare maggioritariamente male di Arkéon?
In questo modo il dibattito si può spostare sull'unica cosa che ciascuno conosce (le persone) ignorando totalmente ciò di cui quelle persone si interessavano (i fatti): allora io credo alla DiMarzio perché la conosco e la stimo, io invece credo alla Tinelli perché credo a lei e stimo lei ...e il giudizio diventa del tutto soggettivo e preventivo... se non conosco né Arkeon né la DiMarzio, mi affido al racconto di terzi sull'uno e sull'altro, perché mi fido di loro. Sembra Pierino che guarda dal buco della serratura l'amico che guarda dal buco della serratura la mastra che si spoglia.
Il rischio in tutto ciò è di scivolare in errori macroscopici anche se in buona fede, come accade alla sig.ra Gardini, secondo la quale "ad Arkéon era stato fatto divieto di riunione in luogo pubblico, cosa che gli adepti hanno disatteso facendo i soliti rituali con candeline ecc". Un pensiero, questo, che assume già un giudizio di merito sulle persone che partecipano ad Arkeon (gli adepti); che dà per scontata cose che non conosce (i "soliti" rituali); che afferma come dato una semplice voce peraltro non vera (il divieto di riunirsi in luogo pubblico); che lo estende da un oggetto plausibile (i seminari) ad uno non plausibile (l'incontrarsi tout court); e che addirittura finisce per applicarlo ad un'entità astratta (Arkéon) quando al più sarebbe applicabile alle persone indagate (ma come fa qualcuno a proibirmi una cosa se neanche me lo ha detto?).
Nello specifico i seminari di Arkéon non sono sospesi dal Tribunale di Bari, ma sono stati sospesi dai maestri stessi per un'ovvia considerazione di opportunità, e l'incontro tenutosi a Roma e febbraio non era un seminario ma un dibattito sul tema delle sette, come facilmente verificabile dalle videoregistrazioni sequestrate dalla Digos "che chissà perché nessuno cita".
Allora da tutto questo torno alla domanda di Ignis "chi davvero appoggia Arkeon? ed è legittimo appoggiarlo?" e provo a proporvene un'altra: è legittimo conoscere Arkeon? è legittimo parlarne bene fino a che un tribunale non si sia pronunciato? ed è legittimo interrogarsi sui contenuti del forum del Cesap? O sull'operato di un tribunale della Repubblica? Vi ringrazio per l'attenzione