Visualizzazione post con etichetta DiMarzio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta DiMarzio. Mostra tutti i post

lunedì 13 luglio 2009

Arkeon e il dialogo con gli antisette (2)

Post originale sul Blog di Raffaella Di Marzio:
https://www.blogger.com/comment.g?blogID=4879438425670707462&postID=2634852493102164432&page=1

Come dicevo già altrove, quando si parla di sette (o presunte tali) spesso sembra non considerarsi la differenza tra “colpa” e “dolo”, cioè il caso che il comportamento di un gruppo settario (o presunto tale) possa avere risvolti negativi ma non intenzioni negative. Considerare questa ipotesi – oltre che essere segno di civiltà umana e giuridica - avrebbe due importanti conseguenze.

1. Riporterebbe le diverse questioni criminali e comportamentali nei rispettivi diversi ambiti di competenza (giuridico e sociologico/psicologico): ai tribunale valutare se ci sia o meno reato e – se sì – se ci sia colpa o dolo; allo psicologo/sociologo valutare le ragioni delle scelte di chi entra in una setta e le modalità di comportamento della setta stessa. Non serve uno psicologo per occuparsi di truffa e fa un cattivo servizio al cliente, al tribunale e alla propria categoria lo psicologo che si mette a fare il criminologo confondendo i due piani. Suo compito dovrebbe invece essere la comprensione dei motivi e delle dinamiche che portano un individuo a cercare la setta e che portano il gruppo a strutturarsi e ad agire come setta, magari partendo da intuizioni o intenzioni non criminali.

2. Conseguenza immediata è che ciò concentrerebbe l’attenzione psicologo/sociologo sull’aiuto delle persone e non sul giudicarle. Se c’è una setta (o anche se non c’è ma ci sono sofferenze legate al gruppo) c’è un grande bisogno di aiuto, nella forma dell’ascolto e della ricomposizione: eventuali reati vanno invece segnalati e affidati alla magistratura. Tale aiuto andrebbe esercitato certamente per i fuoriusciti, ma anche se non soprattutto per quelli che restano dentro nonché per il gruppo stesso nel suo complesso, esistendo la concreta possibilità che un gruppo si sia avvitato inconsapevolmente in dolorose o quantomeno sterili modalità settarie. Un esplicito invito al dialogo su “possibili problemi nel gruppo” e al confronto con gli ex membri rivolto al gruppo stesso da associazioni di ascolto aiuterebbe anche a chiarire da subito se siamo di fronte: a) a gruppi innoqui con ex membri esaltati; b) a gruppi con modalità potenzialmente critiche; c) a vere e proprie sette, pericolose ma non criminali; d) a gruppi criminali che sfruttano la copertura della setta.

Viceversa ciò cui si assiste è una incomprensibile distinzione "buoni - cattivi": buono è il membro di una setta (o di una presunta setta) fuoriuscito e critico, cattivo è il membro non fuoriuscito o non critico. Non c’è la possibilità che una persona cerchi nella setta la risposta a domande esistenziali autentiche, al di là del fatto che la setta (o presunta tale) possa essere il luogo adatto ove cercarle. Detto altrimenti, per chi non rinnega la setta c’è nel migliore dei casi la tolleranza che si ha per i peccatori, nella speranza che prima o poi si ravveda. Non c’è alcun riconoscimento della dignità umana del soggetto e delle sue idee. E rispetto alla setta non viene concepita la possibilità che evolva: essa deve essere semplcimente cancellata.

Laddove sussista questa modalità – e sembra sussistere spesso – non stupisce che questa si applichi anche alle stesse relazioni tra studiosi e associazioni antisette, dove il dibattito non è più su cosa e setta ma sul come si sia antisette e sul quanto lo si sia, fino a che chi non è con me è contro di me, fino a creare schieramenti ideologici tra puristi dell’antisette e apostati, dove ciascuno schieramento si sclerotizza e si difende dietro i propri studiosi e le proprie teorie di riferimento, nella completa incapacità di apprendere nuove teorie, di sperimentare sul campo, in definitiva di evolvere.

Sarebbe già un bel salto se tali gruppi riuscissero a definirsi, a percepirsi e ad essere percepiti non come “associazioni antisette”, ma come “gruppi di aiuto” o meglio ancora come “gruppi di ascolto”.

n.b. Un chiarimento. Insisto sulla differenza tra colpa e dolo perché credo metta in luce le chiusure e le contraddizioni di un approccio criminologico, colpevolista, non psicologico e in definitiva prevenuto. Purtroppo più spesso, da quanto stanno sperimentando le persone di Arkeon e da quanto leggo in rete, la questione non è di colpa o dolo nelle presunte sette, ma più banalmente di clamorose cantonate prese da gruppi antisette e magistratura, preda di incompetenza e ottusità. Quando si sarà finito di occuparsi dei problemi dei gruppi antisette, forse si potrà cominciare ad occuparsi dei problemi legati alle sette.

sabato 9 maggio 2009

Arkeon: parole,opere, omissioni...

Per chi non avesse avuto modo di seguirlo, richiamo alcuni sviluppi interessanti che si sono recentemente registrati sul blog della d.ssa DiMarzio.

In un suo post del 22 aprile 2009, la DiMarzio raccontava di aver scritto al Presidente dell'Ordine degli Psicologi per chiedere se corrispondesse al vero quanto pubblicamente affermato dalla d.ssa Tinelli, cioè che egli avesse accusato la DiMarzio del reato di abuso della professione psicologica. Nello stesso post pubblicava la risposta ricevuta, nella quale il Presidente diceva che:
"...Con riferimento alla richiesta da Lei inoltrata in ordine alle presunte dichiarazioni da me rilasciate alla Dott.ssa T., a seguito di richiesta di chiarimenti effettuata dall'ordine della Puglia a quest'ultima, posso precisare che la frase incriminata è stata completamente estrapolata - con conseguente travisamento del significato suo proprio - dal contesto in cui era stata pronunziata [...] Certi di aver chiarito l'equivoco si porgono distinti saluti [...]".
La lettera era riprtata in immagine scansita.

Successivamente il 5 maggio la DiMarzio modifica il post, togliendo le parole del Presidente dellOrdine e rimuovendo l'immagine della lettera, con la seguente precisazione:
"La frase in rosso che era pubblicata in questo post è stata da me eliminata. La motivazione è questa: oggi, 5 maggio 2009, ho ricevuto dal Presidente dell'Ordine degli Psicologi una diffida in cui mi chiede di eliminare la nota che era qui trascritta in rosso in base alla vigente normativa sulla Privacy".

Diverse persone sono intervenute a commentare l'accaduto, tutte concordando su un fatto (che dovrebbe essere abbastanza ovvio). La pubblicazione da parte della DiMarzio della lettera con cui il Presidente smentiva affermazioni pubblicamente attribuitegli dalla Tinelli e per le quali egli avrebbe potuto essere denunciato per diffamazione non rappresenta una violazione della privacy, quanto piuttosto una tutela per il Presidente stesso, che avrebbe anzi dovuto curarsi personalmente di una simile smentita. Viceversa non solo il Presidente non si è attivato per alcuna smentita, ma addirittura si attiva a censurare la propria smentita.
Che la questione non sia "privata" ma pubblica e seria, tanto da sollevare problemi anche all'interno dello stesso ordine, lo confema indirettamente lo stesso Presidente quando parla di
"richieste di chiarimenti effettuate dall'ordine".
Trova così - purtroppo - conferma la sensazione che l'ordine (come molti altri ordini) sia una piccola casta che non tutela i clienti tramite la garanzia di professionalità dei suoi memebri, ma tutela se stessa con modalità tutt'altro che trasparenti e "dignitose".

lunedì 12 gennaio 2009

Arkeon, Allarme Scientology e il mondo anticult (4)

Pos originario: su Firs"
http://groups.google.it/group/free.it.religioni.scientology/browse_thread/thread/7f17d10cf4c3a52a/eccdfb10a5274158?hl=it&


Mi aspettavo che post come il mio ultimo o quelli di Pietro potessero apparire “fuori contesto”. Personalmente, tuttavia, ritengo che quanto sto cercando di sollevare sia molto meno astratto di quanto appaia ad alcuni. Per cui mi prenderò la libertà di insistere, cercando di essere più chiaro e meno “metaforico” se ci riesco.

Martini ha aperto questo thread per parlare delle ragioni della chiusura di AS.
Specificando che non hanno a che vedere con Scientology.
Che non hanno a che vedere con Gardini, Psiche, Sotgia, o altri
Chiarendo che il problema ha a che vedere con il mondo antisette italiano.

La soluzione a questo problema proposta da Articolo 21, in estrema sintesi, è:
"c'è solo da buttare fuori dal movimento anti-sette le persone poco serie - sulla base non di regole strane, ma di quelle della società civile -, iniziare ad accettare che salvo alcuni casi estremi e alcuni casi complessi (Scientology) questa emergenza sette non c'è. E poi rimboccarsi le maniche, studiare, e discutere. Ma finché la FECRIS non batte ciglio davanti a certi comportamenti - da espulsione immediata- finché certi comportamenti non sono
sanzionati, finché non si prendono alcune posizioni minime e conformi al mondo civile, è aria fritta"
.

In linea di principio sono d’accordo. E’ la soluzione istituzionale, quella dell’etica pubblica, della responsabilità. Ricordo che fu Pietro per primo a scrivere alla Fecris tentando questa via e chiedendo una sorta di arbitrato.
Purtroppo questa sì, allo stato dell’arte, mi sembra una soluzione piuttosto “metaforica”. Chi butta fuori chi? Il movimento antisette si è già espresso a maggioranza attraverso lo strumento del silenzio pubblico, isolando la DiMarzio e Martini fino a favorirne l’auto-allontanamento. Questo peraltro non è affatto un risultato imprevisto: già la famosa lettera di dimissioni inviata a suo tempo da Amitrani al GRIS (riportata da Martinez) indicava come le modalità di gestione interna adottate allora in quell’associazione avrebbero portato nel tempo ad un progressivo allontanamento delle figure più libere e valide, come in effetti è stato, segnando un modello poi ripetuto nello stesso Cesap, come già ricordato da Bono. Non stiamo quindi assistendo ad altro che al fruttificare di un seme posto anni fa, che cresce in un humus ben preciso e con una “scuola” ben precisa.

Ecco perché il mio interesse è nell'affiancare a questa via istituzionale un’altra via, che io chiamo individuale e che è l’oggetto di quanto sto provando a scrivere in questo NG.

Quando Ribelle mi chiede:"Davvero non vedi quanto cozzano le visioni personali di queste persone? Davvero non ti rendi conto di quanta influenza hanno le personali motivazioni esistenziali? E secondo te il casino su questo NG da COSA è saltato fuori?" rispondo che è proprio perché lo vedo e lo capisco che scrivo ciò che scrivo.
Com’è possibile che motivazioni e visioni personali blocchino UN INTERO AMBIENTE, incapace di darsi un’azione collettiva per riunire le forze e una rappresentanza collettiva non autoconflittuale? Com’è possibile che situazioni personali non trovino alcun argine collettivo, che non ci si sappia dare una soluzione istituzionale simile a quella di tanti altri (ordine, titoli, associazioni, etc..)? Davvero si crede che il problema sia la Tinelli e che basti “sbatterla fuori” per risolvere? E allora perché non avviene e invece ne nasce una lotta tra antisette dove “volano gli stracci”?
Secondo il mio modesto parere, il limite è in un approccio e una mentalità molto radicati in questo mondo, che – a dispetto del razionalismo spesso invocato - impedisce il dialogo e il cambiamento. E che consiste nel mettere sempre in discussione l’altro e mai se stesso. E’ il punto che tocca Ribelle60 quando dice che “lavare i panni sporchi insieme è praticamente impossibile. Questo richiede una disponibilità quasi totale a mettersi in discussione”.

Il racconto della DiMarzio è molto chiaro su come lei provò a porre delle domande all’interno del GRIS per comprendere e confrontarsi su cose che non condivideva, senza poi averne risposte. L’esperienza di Martini sembra molto simile. Il Cesap è ai ferri corti con l’Asaap e con il Cesap Friuli. La stessa Odivelli nei sui interventi commenti riportati sul blog della DiMarzio, pur mostrando una grande generosità nell’esporsi chiaramente e nel rompere un gelido muro di silenzio (cosa per la quale la stimo molto), mostra a mio modo di vedere un grande imbarazzo nel tenere il punto, rifugiandosi in risposte di metodo per non entrare nel merito.
La sensazione è che in questo mondo, come diceva bene Articolo21, si vive col terrore di essere “scavalcati a sinistra”. Il rischio di apparire un “settarolo” in un mondo di tanti ex “settaroli” è così alto che diventa pericolosissimo mostrare dubbi, quasi impossibile cambiare idea e dialogare con chi è generalmente considerato il nemico. Chi lo fa viene ripagato con l’isolamento e l’accusa di apostatsia.
E’ un mondo chiuso.

La Di Marzio ha pagato con l’isolamento l’aver posto dei dubbi, l’essersi mostrata possibilista in alcuni casi e come tale debole verso il male da abbattere. Ma credo che attraverso quell’isolamento abbia scoperto una via da uscita da quel mondo chiuso, si sia liberata di tanti pesi morti e abbia cominciato a lavorare ad un altro livello, con un altro spessore e anche con altre responsabilità. Quando parli con persone ad alto livello non puoi portare i fax della Digos, gli articoli di giornale o le trasmissioni tv scandalistiche, ma devi portare studio, approfondimento, risultati tangibili, validati da una comunità scientifica.

Personalmente, da quel che leggo (e mi perdoni se la tiro in ballo facendone una esegesi del pensiero non richiesta né autorizzata né probabilmente gradita), credo che Martini stia “dialogando” con questo silenzio, col costo e il dolore di lasciare quello che è stato il suo mondo per tanti anni e che oggi scopre averle chiesto tutto senza darle nulla, addirittura “tradendone lo spirito”, e stia cercando di capire se aldilà c’è altro, se fuori dal mondo chiuso c’è vita, se Introvigne è davvero il diavolo e (se anche fosse) se a volte non sia meglio parlare col diavolo e magari crescere sfidandolo piuttosto che rimanere piccoli ignorandolo e dialogando con la “perpetua”. E credo che non sia la sola a chiederselo.

E’ chiaro che affrontare queste domande vuol dire rivedere tutta la strada che ho fatto, riscoprendo errori commessi, aiuti maldati, pregiudizi gratuiti e proiezioni irrisolte, quello che Martini stessa ha chiamato “girare i cannoni i di 180 gradi senza aver smesso di sparare le stesse munizioni”.

Credo che i tasselli della DiMarzio, che certo non vogliono essere un contributo scientifico, siano invece un aiuto prezioso per chi – come forse Martini – si sta trovando a esplorare quel vuoto. Prezioso perché non spiega il giusto o lo sbagliato degli altri, ma espone le domande e le risposte che lei ha dovuto e saputo trovare per sé, rendendo accessibile a chi la cerchi una strada possibile e facendo sentire chi ha deciso di “diventare adulto” meno solo in questo passaggio. In Arkeon lo chiamavamo “mostrare la strada percorrendola”.

Io non credo che, con alcune eccezioni, le tante parti in causa in questa querelle siano in mala fede e da sbattere fuori da qualcosa. Credo che ci sia un livello molto alto di arroccamento su se stessi, di paura di cambiare, e un senso molto forte di isolamento ed abbandono che viene dall’ambiente per coloro che mostrano di cambiare. Come mostra, mi sia permesso, il diffuso fraintendimento della propria decisione che Martini ha lamentato da parte di questo forum che pure la conosce la ospita e la rispetta da anni.

Allora, per non essere metaforico: sto scrivendo a chi nel mondo antisette sente la carica distruttiva e autodistruttiva che tale mondo sta coltivando e gli equilibrismi vuoti che custodisce; che sente che forse non è per questo che ha lavorato e rischiato; li sto invitando a un atto di coraggio, a fare un passo avanti nel condividere il proprio dubbio, il proprio cambiamento, come ha fatto la DiMarzio, rischiando l’ostracismo; a provare a dialogare con i propri pari che abbiano una ricerca “integra”, anche se diversa e magari contrastante. Non in nome di Arkéon o di alcun altro gruppo, ma della propria scelta personale; a mettersi insieme; a creare la propria Fecris se quella attuale non ha la schiena dritta per assumersi il duro compito di curare se stessa; a non perdere tempo a sbattere fuori qualcuno, ma a prendere la propria strada facendo un lavoro pulito con chi lo vuol fare, lasciando le beghe di potere e visibilità a chi non ha di meglio.
Le persone e le istituzioni valuteranno da sole dov’è la qualità.

giovedì 8 maggio 2008

Arkeon, San Francesco e la ricerca di sè

Post originario: commento al primo tassello della D.ssa DiMarzio
http://raffaelladimarzio.blogspot.com/

https://www.blogger.com/comment.g?blogID=4879438425670707462&postID=4554801754777712821

Leggendo la descrizione fatta dalla d.ssa DiMarzio non riuscivo a non mettere a confronto i ragazzi coinvolti in sette pericolose e S.Francesco.
* Entrambi mostrano cambiamenti radicali in tempi relativamente brevi.
* Entrambi mostrano scelte comunemente definite "folli" e per le quali nua volta ci sarebbe stato il manicomio.
* Entrambi mostrano una "ribellione" alla famiglia e all'ambiente di provenienza.
Come distinguere allora un santo che sceglie Dio da un plagiato che sceglie Satana? Il santo stesso viene tentato da Satana sulla via dell'esaltazione e così Gesù nel deserto. La mia sensazione quindi è che purtroppo, per chi prenda questa domanda sul serio, la risposta non possa essere nè rassicurante nè archiviabile con una massiccia dose di buon senso. Non basta evitare le cattive compagnie. Buddha stesso diceva, a un giovane che voleva farsi monaco e per questo si era totalmente mondato e mortificato, "vai, ruba, e poi torna qui". Spero non venga frainteso ciò che sto dicendo.
Io ovviamente non ho una risposta a ciò. Ci tengo però a indicare tre dimensioni che reputo importanti sulla via della sua ricerca.
1. La risposta "misura" il confine tra libertà e prudenza, tra fede e responsabilità.
2. Questa misura è soggetiva, questa risposta non può che essere data dal diretto interessato. 3.Quando la risposta viene dalla famiglia di provenienza (o dalla cultura, o dal contesto, etc..), è fortissimo il rischio di confondere la "ribellione" alla cultura della famiglia con la "ribellione" alla famiglia in sè.
S.Francesco non si ribellava a suo padre ma al suo stile di vita. Era anzi il padre, che non condivideva le scelte del figlio, a tentare di forzarlo in nua vita non sua. Quanto diverso dal padre della parabola del figliol prodigo (del padre misericordioso).